L’amore, oggi, sembra consumarsi, magari alla velocità di un messaggio letto e dimenticato. Le relazioni si misurano spesso nel tempo di una notifica. In questo scenario si inserisce “Chiamami April“, di Morgan Fay, alias Piergiorgio Meola (153 pagine, Amazon, 10 euro; disponibile anche in formato elettronico).
Si tratta di un’opera che sceglie di andare controcorrente e di restituire dignità al romanticismo, alla fragilità e alla ricerca di sé.
Più che un romanzo nel senso tradizionale del termine, un percorso emotivo composto da riflessioni, ricordi, confessioni e frammenti narrativi che si intrecciano fino a delineare il ritratto di una personalità contemporanea alle prese con le proprie inquietudini, le proprie speranze e la difficile ricerca di un amore autentico. Un viaggio che oscilla tra diario intimo, narrativa e saggio sentimentale, trasformando esperienze personali in spunti di riflessione capaci di parlare a chiunque abbia conosciuto la nostalgia, l’attesa o il desiderio di ricominciare.
Il filo conduttore dell’opera è la convinzione che l’amore non possa essere ridotto a una semplice dinamica di possesso o dipendenza. Morgan Fay-Meola riflette con sincerità sulle relazioni contemporanee, spesso dominate dall’ego, dall’apparenza e dall’incapacità di comunicare davvero. In una delle pagine più significative scrive:
“La coppia dovrebbe essere un valore aggiunto o una pretesa di tempo e spazio?”.
È una domanda che attraversa l’intero libro e che non pretende una risposta definitiva. Si preferisce lasciare il lettore davanti alle proprie convinzioni, invitandolo a interrogarsi sul profondo significato stesso dello stare insieme.
In questo senso, “Chiamami April” ricorda, per sensibilità, una riflessione di Erich Fromm, secondo il quale “l’amore è un’arte” e, come tale, richiede impegno, maturità e consapevolezza.
Uno degli aspetti più interessanti del volume riguarda il rapporto con la solitudine: non una condizione da evitare, bensì un momento necessario per imparare a conoscersi dentro. Questa attenzione all’interiorità attraversa tutto il libro e sembra quasi richiamare le pagine di Rainer Maria Rilke, che invitava a non temere la solitudine perché proprio lì maturano le risposte più autentiche.
La nostalgia costituisce un altro elemento centrale dell’opera. Non è soltanto nostalgia di una persona amata ma di un modo diverso di vivere i sentimenti, oggi considerato sorpassato dai tempi: “Parlo dei romantici. Parlo dei nostalgici. Parlo di quelle persone che, ancora oggi, credono nei sogni“.
Particolarmente riuscite sono le pagine dedicate ai rapporti umani e alle dinamiche sentimentali contemporanee: magari non tutti i rapporti sono destinati a durare e riconoscerlo non significa necessariamente aver fallito.
Uno dei simboli ricorrenti del libro è New York. La città assume una funzione quasi letteraria, diventando il luogo dei sogni, della rinascita e delle possibilità ancora aperte. Anche la spontaneità resta uno dei punti di forza del libro.
Uno stile diretto, direttissimo.
Le pagine finali sono forse le più intime.
“Chiamami April” non è un romanzo costruito secondo schemi classici, né aspira a esserlo. È piuttosto un diario dell’anima, un insieme di pensieri che cercano un dialogo continuo con il lettore. Chi cerca una trama ricca di colpi di scena potrebbe restarne sorpreso; chi invece ama i libri che privilegiano la riflessione, l’introspezione e il racconto delle emozioni troverà pagine capaci di suscitare identificazione e partecipazione.
Un libro dedicato a chi continua a credere che amare significhi ancora ascoltare, aspettare, comprendere e mettersi in gioco. Un invito a non vergognarsi della propria sensibilità in un tempo che troppo spesso la considera (quasi?) un difetto.















