Il volume 1946/48. Nascita di una Repubblica di Pasquale Martino ricostruisce uno dei passaggi più delicati e decisivi della storia italiana: il triennio in cui un Paese uscito devastato dalla guerra e dalla dittatura fascista pose le fondamenta della propria democrazia. Pubblicato da Edizioni Radici Future nella collana Storia e memoria, il libro non si limita tuttavia a ordinare fatti, date e protagonisti. Il suo intento più profondo è mostrare come la conoscenza del passato possa diventare uno strumento critico per comprendere il presente e orientare il futuro.
Martino, da classicista, muove implicitamente da una concezione alta e insieme concreta della storiografia. La storia è il κτῆμα ἐς αἰεί di Tucidide, un “possesso per sempre“; è μάθημα βίου, conoscenza e apprendimento della vita; è, secondo la celebre formulazione ciceroniana, testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis: testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità. Non un sapere confinato nelle biblioteche, dunque, ma una forma di educazione civile, capace di fornire criteri di giudizio e strumenti per l’azione politica.
Da questa prospettiva discende il valore attribuito alla memoria. Jacques Le Goff ricordava che essa cerca di preservare il passato per servire il presente e il futuro. Il passato, del resto, “non è mai morto, anzi non è nemmeno passato“, secondo la folgorante espressione di William Faulkner. Ma ricordare non significa custodire passivamente ciò che è stato. Significa interrogare un’eredità che non giunge a noi accompagnata da istruzioni definitive.
È questo il senso dell’aforisma di René Char, “La nostra eredità non è preceduta da alcun testamento“, divenuto una delle formulazioni più incisive del rapporto tra memoria e responsabilità. Le conquiste della Resistenza – la libertà, la dignità della persona, la partecipazione democratica – non si trasmettono automaticamente, né possono essere considerate un patrimonio acquisito una volta per tutte. Ogni generazione deve riscoprirle, interpretarle e tradurle in scelte concrete. In assenza di un “testamento” che ne stabilisca rigidamente il significato, spetta ai cittadini riconoscere il valore di ciò che è stato loro consegnato e continuare a costruirlo.
“Chi non ricorda non vive“, ammoniva Giorgio Pasquali. Ricordare, nel significato etimologico di “riportare al cuore“, è infatti un’esperienza viva, non una forma di contemplazione inerte. La memoria non consiste nell’adorazione delle ceneri, ma nella custodia della fiamma. Nello stesso orizzonte si colloca il richiamo di Sergio Mattarella: “Fare memoria è condizione affinché la libertà conquistata continui a essere trasmessa e vissuta come un bene indivisibile“.
È precisamente questo il nucleo interpretativo del libro di Martino. Tra il 1946 e il 1948 si concentrano alcune delle conquiste fondamentali della storia nazionale: la scelta repubblicana, il suffragio universale, l’elaborazione e l’entrata in vigore della Costituzione, l’elezione del primo Parlamento della Repubblica. In un arco temporale brevissimo prese forma un’Italia diversa, fondata sui valori dell’antifascismo e sulla volontà di ricomporre un tessuto civile lacerato da vent’anni di dittatura e dalla guerra.
Uno dei meriti principali dell’opera è non presentare questo esito come inevitabile. La Repubblica non nacque già compiuta, né seguì un percorso lineare e privo di contraddizioni. Fu una costruzione collettiva, fragile e conflittuale, prodotta dall’incontro fra istituzioni, movimenti popolari, culture politiche differenti e diffuse speranze di riscatto sociale. Il nuovo ordinamento prese forma attraverso tensioni, mediazioni e compromessi, ma anche grazie alla capacità di forze ideologicamente lontane di riconoscersi in alcuni principi comuni.
A cogliere la portata di quell’impresa furono, prima di tutto, gli stessi protagonisti della Costituente. Nel suo intervento del 13 marzo 1947, Aldo Moro definì il lavoro dell’Assemblea come la “costruzione di un nuovo Stato“. Costruirlo significava, a suo giudizio, prendere posizione sui fondamenti della concezione dell’uomo e della società e trovare un “punto di confluenza” tra orientamenti politici diversi. La Costituzione doveva diventare la casa comune nella quale tutti sarebbero stati chiamati ad abitare.
Moro collegava esplicitamente quella costruzione alla Resistenza e alla lotta contro il fascismo. La libertà della persona, l’autonomia delle formazioni sociali, la democraticità e la dimensione sociale dello Stato non erano, però, soltanto risposte agli errori del passato. Erano anche “mete da realizzare“, principi destinati a orientare un compito quotidiano mai definitivamente concluso: la lotta per la libertà e la giustizia sociale.
In questa tensione tra memoria e progetto risiede il significato più profondo del triennio esaminato da Martino. Il periodo 1946-1948 non costituisce soltanto il tempo fondativo delle istituzioni repubblicane; rappresenta anche un monito. La libertà non è mai scontata e il dovere di ricordare non ammette distrazioni. Come scriveva Cesare Pavese, “quando un popolo non ha più un senso vitale del suo passato, si spegne“.
Il richiamo alla Resistenza conserva la propria attualità non come celebrazione rituale, ma come comprensione delle condizioni storiche e morali da cui nacque la Costituzione. In questa prospettiva, antifascismo significa riconoscimento del pluralismo, limitazione del potere, libertà di associazione, indipendenza dell’informazione e rispetto della dignità della persona.
La memoria, tuttavia, perde la propria funzione civile quando si riduce a retorica o diventa un’arma con cui delegittimare sommariamente l’avversario politico. Il suo compito è piuttosto quello di renderci capaci di individuare i processi attraverso i quali una democrazia può progressivamente indebolirsi: l’assuefazione alla violenza, la ricerca dell’uomo forte, il disprezzo delle minoranze, la contrazione degli spazi di libertà e la subordinazione delle istituzioni a un potere sottratto ai controlli.
La storia del 1946-1948 aiuta quindi a comprendere non soltanto quando furono introdotte le garanzie costituzionali, ma soprattutto perché esse furono ritenute indispensabili. Consente di riconoscere, dietro ogni norma, l’esperienza concreta di una libertà perduta e dolorosamente riconquistata.
L’attualità del libro di Martino non consiste, dunque, nel proporre facili equivalenze tra l’Italia contemporanea e quella del dopoguerra. Le condizioni storiche, sociali ed economiche sono profondamente mutate. Restano però aperte alcune domande fondamentali: come rendere effettiva l’uguaglianza? Come trasformare il conflitto in confronto democratico? Come coinvolgere chi si sente escluso dalla vita pubblica? Come impedire che i diritti rimangano solenni dichiarazioni prive di concreta attuazione?
A ottant’anni dalla nascita della Repubblica, la lezione del 1946-1948 conserva tutta la propria forza perché ricorda che la democrazia non vive soltanto nelle istituzioni. Vive nella partecipazione dei cittadini, nella dignità e nella qualità del lavoro, nell’effettività dei diritti e nella capacità di affrontare pacificamente i conflitti.
Rimane ancora una distanza tra la Repubblica proclamata dalla Costituzione e quella concretamente vissuta. Povertà, disuguaglianze economiche e territoriali, astensionismo, disparità di genere, trasformazioni del lavoro e fragilità dell’informazione mostrano che il progetto costituzionale non può dirsi concluso. A queste questioni si aggiungono le sfide poste dai poteri digitali, dalla crisi ambientale e dai nuovi conflitti internazionali.
Il triennio ricostruito da Martino non ci consegna soltanto l’origine delle istituzioni repubblicane, ma anche un metodo politico: riconoscere il conflitto senza trasformare l’avversario in un nemico; cercare un terreno comune tra culture differenti; tradurre le aspirazioni sociali in diritti; sottoporre il potere a regole, limiti e controlli. La sua attualità non consiste nella riproduzione meccanica delle soluzioni del dopoguerra, ma nella capacità di riproporre le domande da cui quelle soluzioni nacquero.
1946/48. Nascita di una Repubblica restituisce così al lettore non un passato cristallizzato, ma un’eredità ancora operante. La Costituzione emerge dalle sue pagine non soltanto come memoria della fondazione democratica, bensì come programma critico attraverso cui giudicare il presente e orientare il futuro. Celebrare la nascita della Repubblica significa allora ricordarne le origini, ma soprattutto assumersi la responsabilità di proseguirne la costruzione. La Repubblica fu fondata nel 1946; la sua promessa, invece, deve essere rinnovata da ogni generazione.

















