Nel chiostro rinascimentale del Convento di San Leone si è inaugurata la mostra “fraFranceschi” realizzata dall’artista Paolo De Santoli.
Il titolo racchiude la chiave dell’intero progetto. La parola ‘fra’ allude naturalmente al frate, ma indica anche uno spazio di relazione: fra Francesco e noi, fra Medioevo e presente, fra memoria e reinvenzione, fra unità e molteplicità. Il plurale ‘Franceschi’,
invece, sottrae il santo alla fissità di un’unica raffigurazione e ne moltiplica i possibili volti.
Alla domanda implicita “Fra Franceschi, chi?”, l’installazione non risponde indicando un’immagine definitiva. Ci invita piuttosto a sostare dinanzi a una costellazione di identità: Francesco contemplativo e viandante, fragile e radicale, assorto e operoso; l’uomo che ascolta e quello che agisce; colui che sperimenta il limite e colui che trasforma la propria fragilità in apertura verso l’altro.

I cinque busti in ceramica esposti non costituiscono una riproduzione seriale. Ciascuna figura possiede una propria fisionomia, una tensione interiore e un modo irripetibile di abitare lo spazio e di rivolgere lo sguardo.
L’artista procede per variazioni e contrappunti: realtà e immaginazione, concretezza e astrazione, pesantezza della materia e leggerezza dello spirito, riconoscibilità del personaggio e libertà dell’interpretazione. La ceramica conserva la consistenza della terra, ma è terra trasformata dall’acqua, dalle mani e dal fuoco. È quindi una materia particolarmente adatta a evocare Francesco, il quale riconosceva nell’essere umano non il dominatore del creato, ma una creatura tra le creature.

Sui volti e accanto a essi compaiono piccoli volatili bianchi. Si posano sui capi, abitano le basi, si raccolgono in gruppo o sembrano sul punto di spiccare il volo. Il loro candore emerge dalla materia più scura dei busti e dialoga con le superfici antiche della pietra del chiostro.
La disposizione delle sculture è inseparabile dal loro significato. Le opere occupano nicchie e soglie, si raccolgono presso il pozzo, emergono dalla penombra o vengono raggiunte dalla luce. I supporti non le isolano in una dimensione museale, ma le radicano nell’ambiente.
Gli archi, le murature, il pavimento, il pozzo e le tracce del tempo entrano a far parte dell’installazione. Il convento non costituisce dunque una cornice neutra. La sua architettura custodisce la memoria di una vita fondata sull’ascolto, sul silenzio, sulla preghiera e sulla comunità.

Si stabilisce così un dialogo tra durate differenti. La pietra porta i segni di una storia plurisecolare; la ceramica conserva quelli della modellazione e della cottura; la superficie argentata introduce il presente e lo sguardo di chi attraversa il chiostro.
La ceramica di De Santoli ha l’indubbio merito di porre in relazione elementi apparentemente opposti: la terra e il volo; la pesantezza dei busti e la leggerezza degli uccelli; l’immobilità della forma e la promessa del movimento; la singolarità di ogni volto e l’armonia dell’insieme; la memoria antica del convento e le inquietudini del presente; la riconoscibilità di Francesco e la sua inesauribile alterità.
Il santo emerge come una presenza al tempo stesso familiare e lontana: conosciuto da tutti, ma mai interamente afferrabile; trasformato in simbolo universale, ma resistente a ogni semplificazione; celebrato come uomo della pace e del creato, ma radicato in una scelta evangelica molto più esigente e inquieta.

Le opere esposte intendono rendere questa complessità non attraverso una spiegazione didascalica, ma mediante la forma: cinque volti diversi, materia terrestre modellata e attraversata dal fuoco, piccoli uccelli candidi, riflessi, ombre, nicchie e soglie. Ogni presenza conserva la propria voce, ma nessuna rimane isolata.
Alla domanda “Fra Franceschi, chi?” non si può dunque rispondere indicando un solo volto. Francesco è l’uomo storico che non comprenderemo mai del tutto; è il santo radicale consegnato al Vangelo; è la figura che i secoli hanno continuamente reinterpretato; è la domanda che ogni epoca rivolge a sé stessa.
Ma il titolo contiene anche un’ultima apertura. Fra Franceschi può indicare tutti coloro che accettano di stare in relazione senza annullare la propria unicità. In questo coro, l’armonia non nasce dall’uniformità, ma dall’accoglienza reciproca delle differenze.
La risposta può allora risuonare nel chiostro come un abbraccio corale: tutti, nella straordinaria varietà di ciascuno.

















