DI CARMELA MINENNA
Canti, balli e carri. È tutta qui l’attrazione coinvolgente del Carnevale: nelle note dissacranti che fanno l’occhiolino alla metafora sessuale e alla satira politica, nelle piroette di danze ispirate al dionisiaco, nell’allegoria di allestimenti scenografici che raccontano le aspettative di un popolo attraverso la costruzione di un ‘mondo alla rovescia’.
Anche a Bitonto le note musicali, il ritmo della danza e l’allegoria dei carri sono stati le forme espressive di un linguaggio carnascialesco spesso contenuto, ma mai soffocato.
Bisogna dirla tutta! A Bitonto la presenza della cattedra vescovile ha calcato la mano nel ridimensionare l’esplosione della trasgressione, anche a Carnevale. Eppure le cose non sono andate sempre così.
Nei primi decenni del Novecento il Carnevale impazza: lungo le principali arterie e nelle piazze è un gran nuvolone di coriandoli, una baldoria diffusa a suon di scatolame di latta e di coperchi, e si fa fatica a camminare. Anzi l’euforia del momento richiede molta attenzione per evitare di essere bersaglio sfortunato di uova, farina e oggetti contundenti, per non parlare di qualche sparo che nel 1927 preoccupa non poco il Questore del Circondario di Bari: di qui la decisione di emanare persino un divieto contro il lancio di qualsiasi oggetto che possa ‘offendere, imbrattare o recar molestia alle persone’ (A.S.C.B, Post., busta 336, XV.8.16).
Giovani mascherati rallegrano le strade: il loro travestimento non è caratterizzato. È sufficiente indossare una maschera sul volto, un abbigliamento stravagante ed ecco gli abitanti di un ideale paese di Cuccagna dove il ballo, il riso e la satira fanno da padroni.
Ma a Bitonto c’è una maschera che ha una sua carta d’identità: indossa un camice da chirurgo ed estrae budella dall’addome di un paziente teatrante e, se non è coinvolto l’apparato gastrointestinale, il figurante è intento a smanettare con una tenaglia da fabbro a danno di un paziente dalle fauci spalancate: il suo nome è Bevòzze.
Dietro le presunte competenze terapeutiche palpita una pungente allegoria: sotto quella maschera si nascondono infatti un volto e tanti volti, di malcelata fede salveminiana, che, come nel caso di Pietro Sivo, detto appunto Bevòzze, a Bitonto infiammano le piazze con un acceso ostruzionismo alla politica coloniale e bacchettano i ‘padroni’ che ‘succhiano il sangue’ alle masse.
A metà del secolo scorso, il divertimento è assicurato anche dalla maschera di Andrea Verani che, su un traino, afferra da un pitale spaghetti da trangugiare. Fanno corona altri giovani, per lo più uomini in abbigliamento femminile che ostentano attributi muliebri posticci e non risparmiano barzellette piccanti e battute salaci: sullo sfondo viaggia, come nella migliore tradizione carnascialesca, la vita cittadina dei politicanti di mestiere, messi alla berlina nella ‘tre giorni’ del Carnevale bitontino. Ma attenzione a chi rimane sotto tiro! Perché dai carri che si aggirano possono giungere anche dissacranti benedizioni con pitali e scopini che, nei casi meno ‘sacri’, dispensano liquidi benedicenti di dubbia origine.
Per chi se lo può permettere, il Carnevale è anche tempo di feste in maschera, tutte regolarmente autorizzate dal Comune: a fine Ottocento, le feste più accorsate sono organizzate da Barbara Mangione, Pasquale Bellezza e Francesco Rizzi (A.S.C.B., Preun., busta 271, XV.26).
E dopo una carrellata di serate danzanti, arriva il clou della festa: il funerale di re Carnevale. Appuntamento per tutti al calar delle tenebre di martedì grasso: su una lunga e sgangherata scala a pioli, una di quelle servite per la raccolta delle olive, giace un fantoccio. Tra le lamentazioni di prefiche teatranti, la cerimonia si conclude con un capitombolo del feretro dal ponte del Carmine o dal ponte di S.Teresa.
Non solo divertimento e satira cittadina. Il Carnevale a Bitonto si veste di cronaca internazionale quando nel 1912 da mani abili e da una mente arguta nasce un insolito ed originale carro carnascialesco. Le mani e la mente sono quelle di Nicola Pezzolla: poco più di un metro e mezzo di altezza, due occhietti scintillanti fino all’ultimo suo giorno da quasi centenario ed una creatività ingegneristica senza pari. Esperto nell’assemblaggio di macchine olearie, Nicola affina la sua esperienza metalmeccanica nelle Officine Vitone e da giovanissimo crea una ciclopica struttura in ferro ricoperta da teloni, coperte e panni per la raccolta delle olive. Qualche tocco di pittura, qualche dettaglio ed ecco un grandioso automa a forma di elefante. La lunga proboscide si muove: un complesso sistema a molle elastiche ne consente il movimento, azionato da quattro uomini celati nelle zampe della creatura meccanica. Il pachiderma è preceduto un ‘esercito’ di ‘vinti’ con i volti imbrattati di polvere di carbone. Fiero e ammantato nel tricolore, un fantino monta in groppa all’animale nel suo giro di parata lungo corso Vittorio Emanuele.
È festa! La Libia è stata conquistata dall’Italia e Bitonto racconta la festa con uno ‘storico’ Carnevale dal sapore coloniale (notizia restituita alla scrivente da Rosa Pezzolla, figlia di Nicola, che si ringrazia per la preziosa testimonianza).
(in foto: Guerra e satira in una caricatura di frate Menotti del 1915; La Grande Guerra vista dalla periferia. Le testimonianze della Biblioteca nazionale di Bari, ms 12, ms 13)

















