Una quindicina di slot machine installate in locali di Bitonto, una riunione ad altissima tensione organizzata per evitare uno scontro armato e un accordo economico che, secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe consentito al gruppo imprenditoriale di continuare a operare sul territorio.
È uno dei capitoli più significativi emersi dalle indagini sul sistema costruito attorno alle società riconducibili ad Alessandro Snidar, nelle quali Bitonto occupa un ruolo ben preciso nella geografia criminale del settore del gioco.
L’inchiesta coinvolge complessivamente 116 indagati e ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari personali, nell’ambito di una vasta operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari.
Al centro delle contestazioni, un articolato sistema di società, sale da gioco, slot machine e flussi di denaro che, secondo gli inquirenti, avrebbe intrecciato interessi imprenditoriali e rapporti con diversi clan del territorio.
Secondo le fonti inquirenti, il controllo del mercato delle slot non sarebbe passato esclusivamente attraverso normali rapporti commerciali con i gestori dei pubblici esercizi. Per poter installare gli apparecchi nei diversi quartieri di Bari e nei comuni della provincia sarebbe stato necessario confrontarsi con il gruppo criminale dominante in ciascun territorio, riconoscendogli una quota economica per ogni macchina collocata.
Per Bitonto, il riferimento individuato dagli investigatori è il clan Cipriano.
A raccontare i retroscena è uno dei collaboratori di giustizia, che descrive un sistema ormai consolidato. L’espansione del gruppo Snidar nella città degli ulivi avrebbe però provocato una reazione immediata da parte del clan bitontino. Le slot sarebbero state installate in diversi esercizi senza alcun preventivo accordo con chi, secondo la ricostruzione investigativa, esercitava il controllo criminale del territorio.
Da qui sarebbe nata una richiesta destinata a cambiare gli equilibri.
I rappresentanti del clan avrebbero fatto recapitare un messaggio ai referenti del gruppo barese: le macchinette dovevano essere rimosse oppure sarebbe stato necessario raggiungere un accordo economico. In caso contrario sarebbero state fatte togliere dai locali o addirittura distrutte.
Per scongiurare un’escalation venne organizzato un summit in un capannone lungo la statale 100, nell’area che conduce verso Casamassima.
L’incontro, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe visto seduti allo stesso tavolo gli uomini del gruppo Mercante-Diomede e tre esponenti del clan bitontino. Tra questi compare Giuseppe “Big Jim”, che gli investigatori ritengono identificabile con Francesco Colasuonno, noto come “Ciccio Ciprian”, ritenuto figura di vertice dell’omonimo clan. Con lui sarebbero stati presenti altri due appartenenti al gruppo criminale cittadino.
Il clima, secondo il racconto del collaboratore, era tutt’altro che conciliatorio.
Gli uomini del gruppo barese si sarebbero presentati armati, convinti che anche la controparte potesse fare altrettanto. Uno dei partecipanti racconta di essersi portato una pistola e di aver concordato, prima ancora che iniziasse la riunione, un segnale convenzionale con Giuseppe Mercante: un gesto e un occhiolino che, se ricambiati, avrebbero dato il via all’eliminazione dei tre interlocutori bitontini.
Il piano, sempre secondo il collaboratore, non venne mai attuato.
Durante il confronto, infatti, gli esponenti del clan Cipriano avrebbero spiegato il motivo della convocazione. Le slot erano state installate nel loro territorio senza alcun riconoscimento economico. La richiesta fu netta: se non fosse stato previsto un “pensiero” per il clan, il giorno successivo le macchinette sarebbero state rimosse dai locali o distrutte.
Alla domanda degli investigatori sul numero degli apparecchi presenti nella zona controllata dal gruppo bitontino, il collaboratore risponde parlando di una quindicina di slot.
Fu a quel punto che la trattativa avrebbe preso il sopravvento sulle armi.
Giuseppe Mercante, secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe escluso qualsiasi soluzione violenta scegliendo la strada dell’accordo. L’intesa raggiunta prevedeva il riconoscimento al clan bitontino di 100 euro a settimana per ogni slot machine, somma da corrispondere in occasione dello “scarico”, cioè dell’apertura delle macchinette per il conteggio degli incassi.
Secondo gli investigatori, quello raggiunto a Bitonto non sarebbe stato un episodio isolato, ma il modello applicato anche in altri territori della provincia: il gruppo criminale locale garantiva la possibilità di operare senza interferenze e, in cambio, riceveva una quota fissa per ogni apparecchio installato.
Le dichiarazioni del collaboratore avrebbero trovato un primo riscontro documentale nei dati acquisiti dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. Dalle verifiche effettuate emergerebbe infatti che, tra il 2008 e il 2014, una società riconducibile ad Alessandro Snidar aveva effettivamente installato apparecchi da gioco in cinque esercizi pubblici cittadini, distribuiti tra via da Durazzo, corso Vittorio Emanuele, via Berlinguer, piazza Cavour e via Generale Planelli.
Gli investigatori precisano, tuttavia, che tali riscontri servono esclusivamente a documentare la presenza delle apparecchiature sul territorio e non comportano, di per sé, alcuna contestazione nei confronti dei titolari delle attività commerciali.
Le indagini delineano così un sistema nel quale il controllo criminale del territorio avrebbe inciso direttamente anche sul mercato del gioco lecito. Non sarebbero stati i clan a gestire materialmente le slot, ma a trasformare la propria forza intimidatrice in una rendita economica, imponendo una quota fissa a chiunque volesse fare impresa in quel settore.
















