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Home » Sessant’anni di ordinazione presbiterale di don Vincenzo Cozzella. Una storia di Vangelo vissuto

Sessant’anni di ordinazione presbiterale di don Vincenzo Cozzella. Una storia di Vangelo vissuto

Il suo ministero non si è mai imposto attraverso il ruolo, ma attraverso l'umanità. È stato questo il linguaggio con cui ha annunciato il Vangelo

La Redazione by La Redazione
26 Giugno 2026
in Cronaca
Sessant’anni di ordinazione presbiterale di don Vincenzo Cozzella. Una storia di Vangelo vissuto
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Ci sono ricorrenze che si celebrano con naturalezza e altre che, paradossalmente, si festeggiano quasi chiedendo scusa al loro protagonista.

Il sessantesimo anniversario di ordinazione presbiterale di (don) Vincenzo Cozzella, avvenuta il 26 Giugno 1966, appartiene certamente a questa seconda categoria.

Chi lo conosce sa bene che probabilmente non gradirà queste righe. Non ha mai amato le celebrazioni costruite attorno alla propria persona, le ricorrenze che rischiano di trasformarsi in elogi, le luci della ribalta o gli applausi. Ha sempre preferito che l’attenzione rimanesse altrove: sul Vangelo, sulla comunità, sulle persone. Parlare di lui significa, in qualche misura, fargli un torto.

Eppure vi sono anniversari che appartengono ormai alla memoria collettiva di una Chiesa e di una città. Sessant’anni di ordinazione presbiterale non raccontano soltanto la vicenda di un uomo, ma consegnano alla storia il lungo tratto di strada percorso insieme da un presbitero e dal popolo che gli è stato affidato. Per questo farne memoria non significa celebrare una persona, ma riconoscere il valore di una testimonianza che ha attraversato più generazioni.

Raccontare (don) Vincenzo Cozzella significa, prima di tutto, raccontare un uomo.

Può sembrare una precisazione superflua, ma probabilmente è la chiave attraverso cui leggere tutta la sua esperienza presbiterale. Perché il suo ministero non si è mai imposto attraverso il ruolo, ma attraverso l’umanità. È stato questo il linguaggio con cui ha annunciato il Vangelo: una straordinaria normalità capace di creare relazioni, di ascoltare, di condividere, di abitare la vita delle persone senza frapporre distanze.

In un tempo in cui spesso il ministero rischiava di essere identificato con alcuni segni esteriori, la sua attenzione è sempre rimasta concentrata sull’essenziale.

Molti ricordano ancora lo stupore suscitato, ormai più di mezzo secolo fa, dalla scelta di rinunciare non soltanto all’abito talare, ma anche a quei segni esteriori che identificavano immediatamente il sacerdote. Oggi quella decisione non sorprende più nessuno. Allora fu considerata da molti una provocazione, da altri perfino una forma di eccessiva originalità.

Forse, invece, era semplicemente il tentativo di prendere sul serio una delle intuizioni più radicali del Vangelo: «Vi riconosceranno da come vi amerete». Non da come vi vestirete.

Molte delle scelte che negli anni hanno caratterizzato il suo ministero hanno conosciuto la stessa sorte.

Prima giudicate eccentriche, poi guardate con sospetto, infine diventate patrimonio condiviso della vita ecclesiale.

Per questo, parlando di lui, è capitato spesso di chiedersi se fosse davvero avanti di venti o trent’anni oppure se fosse la Chiesa, almeno in alcuni suoi ambienti, ad avere bisogno di molto più tempo per comprendere intuizioni che nascevano semplicemente da una lettura libera e fedele del Vangelo.

Don Vincenzo non ha mai amato essere definito un innovatore.

Probabilmente non si è mai sentito tale.

Ha sempre dato l’impressione di voler essere soltanto un uomo che prendeva sul serio la Parola.

Ed è proprio la Parola ad aver costituito il centro del suo ministero.

La libertà del cuore è forse l’espressione che meglio sintetizza il suo modo di intendere la vita cristiana. Una libertà che non coincide con l’assenza di regole, ma con la scoperta di un Dio che non costruisce recinti, non innalza dogane, non governa attraverso la paura. Un Dio che si lascia incontrare nella tenerezza, nell’amore gratuito, nel servizio. Un Dio che, prima ancora di chiedere di essere servito, si china lui stesso a lavare i piedi dei suoi figli.

Questa è stata la prospettiva pastorale che ha accompagnato il lungo ministero vissuto nella comunità della Chiesa del Crocifisso.

Una comunità che ha visto crescere attorno al Vangelo, educata non alla dipendenza dal parroco, ma alla responsabilità della fede; non alla ripetizione di formule, ma alla ricerca del significato profondo della Parola; non alla paura di Dio, ma alla scoperta della sua infinita misericordia.

In questa prospettiva si comprende anche quella parresia evangelica che ha accompagnato il suo ministero.

Una franchezza che gli è costata incomprensioni, critiche, giudizi severi e talvolta perfino isolamento.

Molti ricordano come, per anni, sia stato considerato un sacerdote “sopra le righe”, quando non apertamente “eretico”. Definizioni che, lette oggi, raccontano soprattutto la difficoltà di accogliere uno stile pastorale che anticipava sensibilità successivamente divenute comuni.

La sua libertà non è mai stata ricerca dello scontro.

Semmai è stata la conseguenza naturale di una convinzione semplice: il Vangelo viene prima delle abitudini, prima delle convenzioni, prima delle resistenze culturali.

Accanto al pastore è sempre vissuto lo studioso.

L’amore per il greco e per il latino non è mai stato esercizio accademico né occasione di esibizione culturale. Era, piuttosto, lo strumento attraverso cui riportare il testo evangelico alla sua autenticità, liberandolo da traduzioni talvolta incapaci di restituirne tutte le sfumature.

Molte persone ricordano ancora come, ben prima che la Chiesa italiana modificasse la traduzione del Padre Nostro, egli spiegasse alla propria comunità che nessun Dio degno di questo nome può indurre i propri figli in tentazione. Anche allora le sue parole suscitarono discussioni e qualche richiamo. Con il tempo, però, quella riflessione avrebbe trovato un sostanziale riconoscimento nel cammino ecclesiale.

La stessa attenzione alla bellezza attraversa tutto il suo ministero.

La Chiesa del Crocifisso non è stata soltanto il luogo del servizio pastorale, ma anche un libro aperto da leggere insieme alla comunità.

Gli affreschi, i colori, le immagini, la storia dell’edificio sacro sono diventati parte integrante dell’annuncio. Bastava seguirlo mentre invitava l’assemblea ad alzare lo sguardo verso la volta della chiesa per comprendere come l’arte potesse ancora parlare il linguaggio del Vangelo. Non semplicemente spiegata, ma abitata. Non contemplata come patrimonio storico, ma vissuta come esperienza spirituale.

Accanto alla cultura e all’arte è sempre rimasta la prossimità alle persone.

Forse il tratto più sorprendente del suo ministero.

Conoscere i nomi, ricordare le storie, fermarsi ad ascoltare, entrare nelle case, condividere i passaggi più importanti della vita delle famiglie.

Non un’attenzione generica verso la comunità, ma una cura concreta per ciascuna persona.

Un episodio racconta bene questo stile.

Durante una visita pastorale, l’allora arcivescovo di Bari-Bitonto, mons. Francesco Cacucci, rimase colpito dalla naturalezza con cui don Vincenzo chiamava per nome praticamente tutti coloro che incontrava lungo le strade del quartiere. Una conoscenza che non nasceva dalla memoria, ma dalla quotidianità di relazioni costruite negli anni.

Anche per questo i sacramenti non sono mai stati semplici appuntamenti liturgici.

Erano l’occasione per celebrare la presenza di Dio dentro la vita concreta delle persone, nelle loro gioie e nelle loro fatiche, facendo percepire la fede non come un insieme di obblighi, ma come una buona notizia capace di rendere più pienamente umana l’esistenza.

Rileggere oggi questi sessant’anni di ordinazione presbiterale significa anche riconoscere un’altra costante del suo cammino: la fiducia nel futuro.

“Tantum aurora est“.

È soltanto l’aurora.

Una frase che non è mai stata uno slogan, ma una vera chiave di lettura della storia.

Mentre molti guardavano con nostalgia a ciò che era stato, lui ha continuato a guardare ciò che ancora poteva nascere. Convinto che lo Spirito non appartenga mai al passato e che il vino migliore, come racconta il Vangelo di Cana, sia sempre quello che deve ancora essere versato.

Forse è proprio qui che si custodisce anche il segreto della sua sorprendente giovinezza. Non quella dell’anagrafe, naturalmente, ma quella del cuore. Perché ci sono persone che, pur avanzando negli anni, continuano a guardare la vita con lo stupore di chi sa ancora lasciarsi sorprendere. Don Vincenzo è una di queste.

Molti lo percepiscono così da sempre. All’anagrafe gli anni scorrono come per tutti, ma agli occhi di tanti continua ad avere la freschezza di chi non ha mai smesso di sognare. Giovane nello sguardo, giovane nella capacità di andare oltre l’immediato, giovane nell’intravvedere possibilità dove altri vedono soltanto ostacoli. Una giovinezza che non nasce dall’entusiasmo ingenuo, ma dalla fiducia. Fiducia nel Vangelo, nelle persone, nell’opera dello Spirito che continua a fare nuove tutte le cose.

Ha conservato occhi limpidi, incapaci di lasciarsi abitare dal sospetto o dal cinismo. Ha custodito la libertà di chi non si lascia imprigionare dalle abitudini e dalle paure, perché sa che il Vangelo è sempre più grande delle nostre sicurezze. È una giovinezza che provoca, perché è libera e liberante. Una libertà che ricorda quella dei grandi testimoni del nostro tempo: uomini capaci di guardare sempre oltre, senza smettere di amare la Chiesa proprio mentre la aiutavano a crescere.

Forse è anche questo uno dei doni più belli che ha consegnato alla sua comunità: mostrare che la fedeltà al Vangelo non rende custodi della nostalgia, ma pellegrini del futuro. Che si può avere un’età avanzata e un cuore sorprendentemente giovane. Perché la vera giovinezza non si misura dagli anni, ma dalla capacità di continuare a credere che il meglio debba ancora venire.

Forse è proprio questa la cifra più autentica della sua esperienza presbiterale.

Non l’aver cercato di essere diverso dagli altri, ma l’aver cercato, con ostinazione, di essere fedele al Vangelo anche quando questo significava percorrere strade poco battute.

Sessant’anni non autorizzano bilanci definitivi.

Consentono però di riconoscere una testimonianza.

Quella di un uomo che ha attraversato il proprio tempo senza smettere di credere che il Vangelo sia sempre più grande delle nostre paure, delle nostre abitudini e perfino delle nostre certezze.

E forse è proprio questo il motivo per cui, pur sapendo di fargli un torto ricordando una ricorrenza che avrebbe volentieri lasciato passare nel silenzio, è giusto fermarsi a dire grazie.

Non tanto per ciò che ha fatto.

Ma per il modo con cui ha provato, per sessant’anni, a raccontare Dio.

DIDASCALIA DELLA FOTO

29 Giugno 1966: Prima celebrazione eucaristica dopo l’ordinazione. Si riconoscono Mons. Fornelli e Mons. Scelsi

 

 

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