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Home » Referendum Giustizia, i magistrati Calia e Abbadessa illustrano le ragioni del Comitato “Giusto dire NO”

Referendum Giustizia, i magistrati Calia e Abbadessa illustrano le ragioni del Comitato “Giusto dire NO”

I due concittadini passano al vaglio ogni singolo dettaglio della Riforma Nordio

Mario Sicolo by Mario Sicolo
7 Marzo 2026
in Cronaca
riforma nordio
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Domenica 22 marzo e lunedì 23 marzo 2026 si terrà in Italia il Referendum costituzionale confermativo – che, dunque, non necessita di quorum – sulla riforma dell’ordinamento giudiziario. I seggi saranno aperti domenica dalle 7 alle 23 e lunedì dalle 7 alle 15.

In vista di questo importante appuntamento, abbiamo incontrato due giovani magistrati bitontini, Ignazio Abbadessa, Pubblico Ministero,  attualmente Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Procura di Bari, e Isabella Calia, Consigliere della Corte d’Appello di Bari, Sezione lavoro, ambedue aderenti al Comitato “Giusto dire NO“.

Con loro, abbiamo provato a fare chiarezza sulla questione.

In che modo la separazione delle carriere, sostenuta e propugnata dalla Riforma Nordio, dovrebbe proteggere davvero il cittadino, piuttosto che rendere il Pubblico Ministero più isolato e governabile dalla politica?

Abbadessa: La cosiddetta Riforma Nordio intende separare radicalmente le carriere di giudici e PM, già divisi per ruoli e funzioni, a causa di una non meglio precisata “percezione di contiguità” tra loro, che in effetti non si comprende bene in cosa consista. Già oggi, infatti, più o meno la metà dei processi penali si chiude con l’assoluzione dell’imputato, quindi una volta su due il giudice la pensa diversamente dal PM, mentre lì dove né il processo né il giudice ci sono, perché si è ancora nella fase delle indagini preliminari, l’attuale sistema offre la massima garanzia di legalità possibile per il cittadino, consentendo al PM indagini come quelle sui “rapporti Stato-Mafia” o, più recentemente, sul triste caso di Rogoredo, indagini che solo un PM imparziale e indipendente, che ragiona proprio come un giudice, può dirigere. Dunque, resta l’interrogativo, di quale “contiguità” parliamo?!

Non ritiene che sdoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura possa indebolire l’organo di autogoverno unitario, rendendo i magistrati più condizionabili dall’esecutivo?

Calia: La Costituzione pone il Consiglio Superiore della Magistratura a presidio dell’autonomia e indipendenza dei magistrati, che sono condizioni indispensabili per l’esercizio corretto e imparziale del potere giudiziario. L’autogoverno dei giudici ordinari, attribuito a un organo di rilevanza costituzionale, è espressione del principio di divisione dei poteri, a salvaguardia delle libertà e dei diritti dei cittadini, non solo nel processo penale, ma anche in sede civile: affinché lavoratori, imprenditori, consumatori, aziende, investitori, famiglie, minori, possano sentirsi garantiti nell’applicazione e interpretazione delle leggi, occorre che i magistrati, giudicanti e requirenti, siano privi di timori, lontani da pressioni e condizionamenti, soggetti soltanto alla legge.

Creare due organi distinti per le due categorie di magistrati, giudicanti e requirenti, per di più nominati a sorte e privati della funzione disciplinare, sgretola l’autorevolezza del CSM, ne dimezza la rappresentatività, aumenta la possibilità di decisioni contrastanti e la permeabilità a influenze esterne, mina alla radice gli equilibri delineati dalla Costituzione.

Il sorteggio dei componenti del CSM non rischia di trasformare un organo di garanzia in un organismo casuale, riducendo la rappresentatività professionale a vantaggio della componente politica?

Calia: Il meccanismo ipotizzato dalla riforma prevede un sorteggio “puro” per i componenti togati del CSM, vale a dire per i magistrati, che dovranno estrarre a sorte i loro rappresentanti fra tutti gli appartenenti alla categoria, senza alcuna possibilità di valorizzare il merito, le capacità, le attitudini, l’impegno, l’adesione a valori comuni. Viceversa, la riforma riserva un trattamento diverso ai componenti del CSM di nomina politica, i cosiddetti laici, i quali saranno estratti fra una rosa di nominativi scelti dal Parlamento in seduta comune, senza che sia nemmeno specificata la maggioranza con la quale detta scelta sarà effettuata: ciò significa che con una maggioranza semplice il Parlamento potrà eleggere i propri candidati, fra i quali procedere al sorteggio. Evidentemente, il Parlamento potrà nominare al CSM membri di proprio gradimento, espressione della maggioranza di turno, mentre i magistrati arriveranno al CSM per caso: un fronte politico compatto potrà facilmente prevalere su singoli magistrati disaggregati, disuniti, non rappresentativi.

È vero che con l’introduzione del sorteggio si riduce la presunta ingerenza del correntismo nell’ambito del CSM?

Calia: L’argomentazione è fallace, nelle premesse e nelle conseguenze. Le degenerazioni del cosiddetto correntismo hanno interessato alcune nomine di dirigenti (Presidenti di Tribunale, Procuratori, ecc.), che rappresentano un numero esiguo rispetto alla enorme maggioranza dei magistrati, con o senza incarichi direttivi, che nulla hanno a che fare con tali fenomeni. D’altro canto, in un qualunque sistema democratico l’espressione delle opinioni e la gestione delle istituzioni è affidata a forme di associazione (nel sistema giudiziario, le correnti) che consentono il rispetto del pluralismo. Ciò che è essenziale, è che i procedimenti di nomina siano trasparenti e fondati su criteri oggettivi, affinché l’applicazione di tali criteri possa essere condivisa o contestata, come attualmente accade mediante l’impugnazione dei provvedimenti del CSM dinanzi al giudice amministrativo.

Il dissenso rispetto ad alcune decisioni sulla designazione dei dirigenti degli uffici giudiziari non è valida ragione per affidare quelle decisioni a membri scelti per sorteggio, tanto più che, da un canto, quello delle nomine dei dirigenti è solo uno dei compiti affidati al CSM, dall’altro, l’aberrante meccanismo del sorteggio non elimina, ma anzi aumenta, il rischio di indebite pressioni.

Non crede che questa riforma, piuttosto che velocizzare i processi, concentri il potere sulla Magistratura nelle mani della maggioranza politica di turno?

Abbadessa: Persino gli stessi sostenitori di questa riforma dicono che essa non mira a velocizzare i processi, del resto la normativa non spende una parola in questo senso. È altrettanto vero che essa mina l’attuale sistema dal suo interno, frantumando quelle certezze di impermeabilità da ogni altro potere che, oggi, consentono a giudici e PM di lavorare quotidianamente preoccupandosi “soltanto” di osservare la legge. Sfido chiunque a continuare a svolgere “serenamente” un lavoro, già di per sé difficile, che incide su delicati interessi personali, economici (per esempio, sulla legittimità di licenziamenti di massa) o politici (si pensi a indagini su ipotesi di corruzione commesse da esponenti della maggioranza politica di turno, sulle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni), sapendo di rischiare di essere chiamato a rispondere per errori, magari neanche poi effettivamente commessi, davanti ad un organo a forte composizione politica con a capo un presidente di nomina politica.

La separazione delle carriere rischia di rendere la Polizia Giudiziaria e i PM dipendenti dalle priorità stabilite dal Governo, limitando l’indipendenza delle indagini?

Abbadessa: Metter mano alla direzione delle indagini preliminari e dell’attività della polizia giudiziaria da parte del PM vuol dire incidere sulla tutela dei diritti delle persone coinvolte da possibili fatti di reato (indagati, vittime, …), in una fase in cui si opera senza l’intervento e del giudice, che è del tutto eventuale perché non c’è contraddittorio, e delle stesse parti, che possono anche non venire mai a conoscenza di indagini a loro riguardo. Ecco perché è essenziale che resti così com’è l’attuale assetto, in cui è previsto un organo che opera come un giudice, in un momento in cui un processo non c’è, assicurando che le indagini si orientino unicamente verso l’accertamento dei fatti e, solo ove evidenziata la loro rilevanza penale, l’individuazione dei possibili colpevoli. Non a caso proprio questo sistema ha consentito a tanti PM sia indagini fondamentali per la storia del nostro Paese sia di evitare processi inutili in almeno un caso ogni due, ogni anno, lì dove non è emersa la rilevanza penale dei fatti.

Se l’Alta Corte disciplinare è composta anche da membri di nomina politica, come si garantisce l’imparzialità nel giudicare i magistrati?

Calia: Attualmente gli eventuali illeciti disciplinari commessi da magistrati sono giudicati dal CSM, nella composizione elettiva garantita dalla Costituzione vigente, al fine di assicurare ai magistrati un procedimento disciplinare scevro da condizionamenti politici; il nuovo art. 105 della Costituzione, invece, attribuisce la giurisdizione disciplinare all’Alta Corte, per la nomina dei cui componenti ritorna il meccanismo del sorteggio, “puro” per i magistrati (insieme giudicanti e requirenti: qui tornano a incontrarsi, benché la riforma si affanni a tenerli separati), “temperato” per i membri nominati dal Parlamento, che potrà estrarli da un elenco di soggetti preventivamente eletti (con quale maggioranza? Non è dato sapere). A questa anomala disparità fra i sorteggi, si aggiunge che sono ignote le modalità di composizione dei collegi dell’Alta Corte, espressamente demandate alla legge ordinaria, con il rischio che un magistrato possa essere giudicato da un collegio formato da due membri di nomina politica e un solo togato. Grave anomalia è altresì la possibilità di impugnare le decisioni solo dinanzi alla stessa Alta Corte.

Considerando le carenze di organico e risorse, pensa davvero che cambiare la struttura del CSM risolva i problemi di lentezza e inefficienza della giustizia?

Abbadessa: La giustizia in Italia non funziona e, in particolare, quella penale, perché abbiamo sistemi informatici che dovrebbero velocizzare i processi ma rallentano se non bloccano il lavoro quotidiano; non ci sono strutture in grado di assistere adeguatamente indagati o imputati affetti da patologie gravi o da malattie psichiche; avvertiamo pesanti carenze di organico nel personale amministrativo e anche l’edilizia giudiziaria presenta gravi criticità. Sono solo alcuni degli annosi problemi che incidono decisamente sull’efficienza del sistema-giustizia e sulla sua percezione stessa all’interno dell’opinione pubblica, ma dobbiamo registrare che non ci è stato offerto il giusto ascolto durante i lavori preparatori di questa riforma, ove tutti i temi sono stati comunque analiticamente rappresentati dalla nostra associazione.

Crede che il voto contrario possa essere l’unico modo per difendere l’art. 104 della Costituzione sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura da ogni altro potere?

Abbadessa: È il naturale prosieguo della risposta precedente. Non condivido il pensiero di chi sostiene che votare “Sì” sia un buon inizio per migliorare l’amministrazione della giustizia, perché questa riforma genererebbe danni dei quali non abbiamo ancora nemmeno piena consapevolezza; d’altro canto, credo che votare “No” sia assolutamente necessario, ma non sufficiente a difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. A mio parere, la storia repubblicana del nostro Paese insegna che siamo un popolo ancora troppo giovane per pensare di metter mano, così profondamente, all’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato, anche se è indubbiamente altrettanto utile un ripensamento da parte delle istituzioni tutte sul ruolo della magistratura in Italia, seppur non in queste condizioni.

Teme che lo scontro fra le diverse fazioni politiche rischi di far perdere di vista l’essenza di questa riforma da contrastare?

Calia: L’impegno di tanti magistrati, avvocati, esponenti della società civile, che si stanno mettendo a servizio della comunità per illustrare e spiegare il senso e gli effetti di una riforma non solo assolutamente inutile, ma soprattutto gravemente dannosa per gli equilibri delineati dalla Costituzione, deriva proprio dal timore che la campagna referendaria sia inquinata da elementi ideologici del tutto estranei ai temi in discussione. Il dibattito serio e argomentato fra le opposte ragioni, finalizzato a informare i cittadini, viene da più parti trasformato in una battaglia politica contro la magistratura, con l’obiettivo di fiaccarne l’indipendenza attraverso una campagna dai toni aspri e talora mendaci, che avrà, fra le sue vittime principali, la fiducia dei cittadini nella giustizia, nonché il rapporto di collaborazione e rispetto reciproco dei ruoli fra magistrati e avvocati, anch’esso fondamentale per preservare le garanzie dei cittadini. Questo, unitamente allo smantellamento del disegno costituzionale, è il rischio che intendiamo scongiurare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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