“Vogliamo ribadire con forza da che parte sta la nostra città”.
Il Comune di Bitonto conferma la costituzione di parte civile, anche dinanzi la Corte di Cassazione, nel processo “Market Drugs”, dal nome dell’operazione che nel 2022 portò all’arresto di Domenico Conte, presunto boss dell’omonimo clan operante in città, e di altri 42 soggetti, indagati per aver fatto parte dell’associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.
Il sindaco Francesco Paolo Ricci ha conferito all’avvocato comunale Franco Mercutello, il mandato di rappresentare e difendere Palazzo Gentile anche nella fase di legittimità, per ottenere il risarcimento dei danni subiti dall’esistenza del sodalizio criminale. Diritto già riconosciuto all’ente, sia in primo che in secondo grado, e che, se confermato, sarà liquidato in un successivo giudizio civile.
Fissata per il prossimo 14 novembre al “Palazzaccio”, l’udienza per discutere dei ricorsi presentati avverso la sentenza di secondo grado, resa a fine ottobre 2024.
Poco meno di un anno fa, la Corte d’Appello di Bari riformulò, limitatamente al trattamento sanzionatorio, le condanne emesse a luglio 2023, a seguito della celebrazione del rito abbreviato, dal gup del Tribunale di Bari. Il collegio, presieduto da Francesca La Malfa rideterminò trenta delle pene inferte, confermando le altre dieci. Riconosciuta però la penale responsabilità per il reato associativo, principale capo di accusa.
Le indagini, avviate nel settembre del 2017 e proseguite con ancor più vigore a seguito dell’omicidio dell’innocente Anna Rosa Tarantino, avrebbero accertato l’esistenza di una guerra per il controllo delle piazze di spaccio nel centro storico, tra il clan Cipriano, da tempo operante nella città vecchia, e del clan Conte, che, grazie all’apporto di scissionisti, aveva aperto una succursale del suo quartier generale (da sempre in zona 167) nell’area del “Ponte”.
Secondo l’accusa, gli indagati avrebbero costituito, diretto o partecipato all’associazione finalizzata alla cessione di cocaina, marijuana ed hashish, e allestito la nuova base logistica, dotata anche di sistemi di videosorveglianza.
La Polizia scoprì infatti una fitta rete di telecamere, installate abusivamente nelle pubbliche vie e nei pressi delle due roccaforti dello spaccio, che avrebbero garantito al boss il monitoraggio delle principali vie di accesso, di controllare e prevenire eventuali interventi delle forze dell’ordine o di gruppi avversi, ma anche di vigilare sull’operato del proprio “personale”. Come rivelato da un collaboratore di giustizia, il gruppo criminale era strutturato come un’azienda, con introiti pari a 20-30 mila euro al giorno e con dipendenti “stipendiati” dai 300 ai 1500 euro settimanali, a seconda di ruoli e responsabilità.
Un’organizzazione giudicata da primato nella regione, che avrebbe “leso profondamente la comunità e l’immagine stessa della città” secondo Palazzo Gentile, pronto a continuare a gridare il proprio no alla malavita anche nel cosiddetto appello-ter del processo sull’omicidio Tarantino.
Il Comune coltiverà ancora l’azione civile anche nella nuova fase processuale, apertasi a seguito del secondo annullamento della Cassazione della sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bari.
L’udienza è fissata per febbraio.

















