Un prestito veloce, in contanti, per superare un momento difficile. Poi le rate, puntuali e pesanti. Infine la consapevolezza che quel denaro avesse avuto un costo ben oltre il lecito. È una storia che parte da qui, da una palestra di Bitonto e da 20mila euro consegnati nel 2015, e che oggi trova un punto fermo sul piano giuridico: è usura.
La Corte di Cassazione, con sentenza del 5 marzo 2026, ha infatti qualificato in via definitiva il fatto ai sensi dell’articolo 644 del codice penale — che punisce chi si fa dare o promettere interessi o vantaggi usurari in cambio di denaro — annullando la decisione impugnata e disponendo un nuovo giudizio davanti a un’altra sezione della Corte d’appello di Bari. Su questo punto, però, non si torna indietro: la qualificazione giuridica come usura è ormai irrevocabile.
Imputati sono un uomo di 54 anni e una donna di 52, entrambi di Bitonto, difesi dall’avvocato Lorenzo Vendola. Parte civile è la persona offesa, assistita dall’avvocato Damiano Somma, che ha proposto ricorso in Cassazione proprio per contestare la diversa qualificazione giuridica adottata nei precedenti gradi di giudizio e chiedere il riconoscimento del reato di usura.
Il nodo del processo è tutto nelle condizioni di quel prestito: 20mila euro restituiti in sei mesi con 12mila euro di interessi, a rate mensili da 2mila euro, per un totale di 32mila euro. In primo grado, l’8 luglio 2024, il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Bari aveva ritenuto provata la responsabilità degli imputati per usura, escludendo però l’aggravante dello stato di bisogno. La condanna, emessa con rito abbreviato, era stata di due anni di reclusione e 4mila euro di multa ciascuno, con sospensione condizionale della pena. Disposto anche il risarcimento dei danni in favore della parte civile, da quantificarsi in sede civile, oltre al pagamento delle spese processuali.
Secondo la ricostruzione accolta dal giudice, la persona offesa — titolare con la madre di un centro fitness — avrebbe accettato il prestito in una fase di difficoltà economica. Il denaro sarebbe stato consegnato in contanti e accompagnato, solo successivamente, dalla richiesta di interessi elevati. Nelle carte si parla anche di pressioni e del timore di possibili conseguenze in caso di mancato pagamento. A sostegno dell’impianto accusatorio, oltre alla denuncia, una conversazione registrata e le dichiarazioni rese nel corso del procedimento, ritenute coerenti tra loro.
Nel corso dei successivi gradi di giudizio, però, la qualificazione giuridica del fatto era stata modificata, allontanandosi dall’ipotesi di usura. Da qui il ricorso della parte civile, attraverso l’avvocato Somma, che ha portato la questione davanti alla Suprema Corte. I giudici di legittimità hanno ora fissato definitivamente il perimetro: si tratta di usura.
L’annullamento con rinvio riguarda entrambi gli imputati, ma con effetti diversi: per l’uomo diventa definitiva l’affermazione di responsabilità, mentre il nuovo giudizio servirà a rideterminare la pena; per la donna, invece, la posizione dovrà essere rivalutata integralmente. La Cassazione ha inoltre condannato l’imputato al pagamento delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità.
















