Si è svolta presso la Sala Stampa di Montecitorio la presentazione del volume “Giustizia emotiva“, saggio di umanesimo giuridico e narrazione forense dell’Avv. Romina Centrone, edito da Cacucci Editore, gennaio 2026. L’evento, su invito dell’On. Marco Lacarra, ha visto la partecipazione oltre che dell’autrice anche del Prof. Avv. Antonio Felice Uricchio, Presidente ANVUR, past Magnifico Rettore Uniba nonchè autore della prefazione di “Giustizia Emotiva”. L’organizzazione esecutiva e la moderazione dell’evento di presentazione di “Giustizia Emotiva” sono state a cura del dott. Fabio Mancini.
Aprendo i lavori, l’On. Marco Lacarra ha sottolineato come il libro affronti la giustizia “non nei suoi aspetti ordinamentali o organizzativi, ma nella sua dimensione più umana”, spostando l’attenzione dal tecnicismo normativo alla relazione tra Stato e cittadino. Richiamando la propria esperienza quarantennale di avvocato, Lacarra ha evidenziato come l’utente “non sia un mero portatore di diritti, ma una persona che entra in studio con le proprie fragilità”, spesso con una ferita prima ancora che con un fascicolo. Ha ricordato che il primo incontro con il cliente è quasi sempre l’incontro con una narrazione viva, carica di sofferenza o di speranza, e che la professione forense impone un dovere di umanizzazione del rapporto professionale: “Non si tratta solo di vincere una causa, ma di migliorare la qualità della vita delle persone”. Lacarra ha inoltre evidenziato come l’opera richiami l’intera categoria forense a recuperare il valore della relazione, anche nel rapporto con magistrati e colleghi, oggi spesso impoverito dalla distanza imposta dai processi telematici. Secondo il parlamentare, Giustizia emotiva è un testo che può contribuire a restituire al diritto la sua funzione più autentica: quella di strumento di composizione dei conflitti attraverso il riconoscimento della persona.
Nel suo intervento, il Prof. Antonio Felice Uricchio ha inquadrato l’opera nel solco della tradizione personalista della scuola giuridica barese, richiamando l’insegnamento di Aldo Moro, definito “il volto umano del diritto”. Uricchio ha sottolineato che il diritto non può ridursi a tecnica o linguaggio formale, ma deve essere vissuto come esperienza umana. Quando viene percepito solo come ansia o minaccia, rischia di produrre danni ulteriori rispetto al conflitto che è chiamato a risolvere. La dimensione emotiva, secondo il Presidente ANVUR, non è un elemento estraneo all’ordinamento, ma una componente che attraversa tutti i ruoli: legislatore, giudice, avvocato, interprete. Il diritto nasce per risolvere conflitti, e per farlo deve saper parlare alla persona. L’umanità non è alternativa al rigore scientifico, ma ne rappresenta il presupposto valoriale. In questo senso, il volume di Centrone si colloca come riflessione contemporanea sulla necessità di integrare tecnica e sensibilità, norma e ascolto.
Nel dialogo conclusivo, l’autrice, Avv. Romina Centrone, ha spiegato il cuore teorico del libro, introducendo il concetto di “mediatore emotivo”. Secondo l’autrice, l’avvocato è il primo destinatario del caos emotivo della persona che entra in studio. Non un cliente, non un assistito, ma una persona travolta da un uragano di emozioni frammentate e disordinate. Il compito del professionista è compiere un duplice movimento da un lato, non lasciarsi travolgere da quell’uragano e dall’altro, tradurre quella frammentazione in una narrazione giuridica coerente. Le emozioni non entrano nel processo in forma diretta. Vengono “inglobate in contenitori legali”, ossia nelle figure giuridiche predisposte dall’ordinamento. Centrone ha definito questo passaggio come “grammatica emotiva del diritto”: la capacità di trasformare sofferenza, paura, rabbia, senso di ingiustizia in categorie giuridiche comprensibili, sostenute da norme e prove, capaci di ottenere un riconoscimento pubblico attraverso la sentenza o l’accordo omologato. Solo così il processo può diventare punto di svolta e non perpetuazione del conflitto. Solo così si mette un punto e la persona può ricominciare. Il principio di giustizia emotiva promosso da Centrone afferma che il diritto, per essere davvero giusto, deve saper intercettare quella dimensione emotiva e tradurla in linguaggio giuridico senza svilirla, senza mortificarla, senza ignorarla. Non si tratta di far entrare l’emozione nel processo in modo incontrollato.
Si tratta di riconoscerla, ordinarla, disciplinarla. In questa prospettiva, il giudice non è soltanto il custode della legalità. È il garante di un equilibrio umano. Il legislatore non è soltanto il produttore di norme. È il costruttore di cornici entro cui le persone possano vivere senza essere schiacciate. E l’avvocato? L’avvocato è il primo traduttore (“cit. mediatore emotivo”).
La presentazione ha restituito l’immagine di un diritto che non abdica al rigore ma che recupera la centralità della persona.
Giustizia emotiva si propone come riflessione culturale e professionale in un momento storico in cui la giustizia è al centro del dibattito pubblico, offrendo però uno sguardo diverso: non la riforma delle strutture, ma la riforma dello sguardo.

















