Un Natale senza sconti retorici, ma attraversato da immagini concrete. È quello consegnato alla comunità bitontina dall’arcivescovo di Bari-Bitonto, Giuseppe Satriano, durante la messa di Natale celebrata in Cattedrale.
Per Satriano, il cuore del Natale è proprio qui: nell’ospitalità. «Gesù, al termine della sua vita, ospita la nostra vita», ha detto, legando l’incarnazione alla capacità di riconoscersi poveri. Solo chi accetta la propria fragilità – ha spiegato – può lasciare spazio a Dio. «Se sono ricco di me stesso, se ho già pianificato tutto, da quale porta deve entrare il Signore?».
Da qui l’invito a “smontare il Natale”, a liberarlo dai fronzoli e dalle sovrastrutture che rischiano di svuotarne il senso. «Un bambino ha cambiato l’orientamento della storia – ha ricordato – ed è una provocazione anche per noi: uscire dai nostri gusci, smontare noi stessi».
Un’omelia che ha intrecciato la riflessione teologica con l’esperienza personale. Il vescovo ha raccontato i suoi Natali vissuti “altrove”: con i poveri incontrati per strada insieme alla Comunità di Sant’Egidio, con i detenuti del carcere di Bari e del carcere minorile, negli ospedali – dall’oncologico pediatrico alla neuropsichiatria infantile – dove il disagio cresce in maniera esponenziale. «Sono luoghi che restituiscono la verità di noi stessi», ha osservato.
Il giorno di Natale, ha aggiunto, lo trascorre a pranzo con i poveri e con le suore di Madre Teresa di Calcutta, celebrando anche sotto il ponte dell’extramurale Capruzzi. «Qualcuno mi chiede se passo il Natale la mia famiglia. Sì, perché quella è la mia famiglia. E io appartengo a loro».
Particolarmente forte il racconto dell’incontro con due senza dimora, Leonardo e Vincenzo, incontrati sotto un balcone a Bari, mentre sistemavano cartoni e coperte per la notte. «Felici di niente», ha ripetuto il vescovo, contrapponendo quella scena alla comodità di una casa riscaldata. «Che meriti ho io? E che demeriti ha quella persona? Nessuno. La vita si è svolta in modo diverso».
Da qui il passaggio centrale dell’omelia: la condivisione. «Quello che abbiamo dobbiamo condividerlo, come Gesù ha fatto con noi. Non ha considerato la sua natura divina un tesoro geloso, ma si è spogliato». Il Natale, ha ribadito, chiede di assumere il peso dell’altro, senza restare indifferenti alla sofferenza che ci è accanto.
«La storia cambia se anche io mi faccio carne», ha concluso Satriano, richiamando il gesto eucaristico: «Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue, offerto per te». Un invito a lasciarsi “afferrare” dall’amore di Dio e a vivere un Natale che non fugge la fragilità, ma la attraversa.
Un messaggio semplice e impegnativo insieme, affidato alla comunità: «Lasciamoci portare dalla sua grazia. Buon Natale e buona vita».

















