di ANGELO PALMIERI, SOCIOLOGO
C’è un’immagine che attraversa il 59esimo Rapporto Censis e lo rende più che una semplice indagine statistica: l’Italia come “età selvaggia”, un tempo in cui si sgretolano i vecchi argini del Novecento mentre si fatica a intravedere un orizzonte condiviso. È la fotografia di un Paese che non esplode, ma oscilla: si adatta, si restringe, taglia, rinvia. Una comunità nazionale “in stato febbrile”, per usare la formula del Rapporto, in cui soprattutto il ceto medio impara a sopravvivere dentro crisi che non considera più eventi eccezionali, ma il proprio habitat ordinario.
Il ceto medio che si restringe e si adatta
Il primo dato è economico, ma ha una portata antropologica. Secondo le analisi diffuse intorno al dossier, i salari reali, anche tenendo conto del lieve recupero del 2025, resteranno a fine anno ancora inferiori di circa l’8% rispetto ai livelli del 2021. In altre parole, chi lavora oggi guadagna formalmente di più, ma vive come se il proprio reddito valesse meno.
Di fronte a questo scarto, il ceto medio non insorge: riorganizza la propria esistenza. Riduce ciò che può essere tagliato e cerca rifugio in pochi consumi identitari, spesso di natura digitale. La spesa delle famiglie per la cultura – cinema, teatri, musei, giornali, libri – si è ridotta del 34,6% tra il 2004 e il 2024, per un valore complessivo di circa 12 miliardi in meno. Nello stesso arco di tempo, la spesa per smartphone e computer è aumentata del 723,3%, fino a 14,5 miliardi.
È come se il Paese avesse spostato il baricentro dalle “scorte di senso” – cultura, elaborazione collettiva, riflessione pubblica – alle “protesi” tecnologiche che garantiscono connessione, intrattenimento, piccole fughe individuali. Una sorta di welfare fai-da-te dell’immaginario, costruito famiglia per famiglia.
Orientamenti senza appartenenze: la politica svuotata
Su questo sfondo, la politica appare sempre più lontana. Più della metà dei cittadini, il 53%, afferma di non riconoscersi in alcun leader o partito; meno di una persona su due, il 48,2%, dichiara ancora interesse per la vita pubblica, mentre nel 2003 questa percentuale arrivava al 57,1%. Anche la partecipazione diretta si ritrae: oggi solo il 3,3% ha preso parte a mobilitazioni di piazza (erano il 6,8% vent’anni fa) e i comizi attraggono ormai una minoranza residuale, appena il 2,5% della popolazione.
Non stupisce, allora, che l’astensionismo sia diventato un tratto strutturale: alle Politiche del 2022 la quota di chi non ha votato ha superato il 36%, nove punti in più rispetto al 2018. Il voto non è più percepito come il momento in cui “si decide il futuro”, ma come un rito stanco, con un’efficacia limitata sugli esiti reali delle politiche pubbliche.
Il sociologo Luca Pesenti, docente di Sociologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, legge questo scenario dentro la cornice della postdemocrazia: le istituzioni democratiche continuano a funzionare, ma la sostanza della partecipazione si assottiglia, mentre il baricentro delle decisioni si sposta verso grandi attori economici e geopolitici. In un contesto del genere, osserva Pesenti, cresce la sensazione che la sfera pubblica sia “un teatro con attori non sempre all’altezza”, compresso tra vincoli di bilancio e poteri sovranazionali.
Da sociologo, mi pare decisivo interrogare non solo l’astensione, ma anche le forme nuove e irregolari di partecipazione che si stanno affacciando. Le mobilitazioni legate alla guerra in Medio Oriente, le piazze che si riempiono attorno alla questione palestinese, mostrano che una domanda di impegno collettivo esiste ancora: è il bisogno di socializzare paure e inquietudini, di discutere pubblicamente il destino comune, non soltanto di “tifare” per una bandiera. Il rischio è che queste esperienze vengano subito imbrigliate – etichettate, strumentalizzate, ridotte a fenomeno di ordine pubblico – invece di essere riconosciute per quello che sono: un laboratorio fragile ma reale di nuova cittadinanza critica.
Se la classe dirigente appare distante, il corpo collettivo non smette di cercare luoghi in cui mettere in scena conflitti e domande. Il problema, semmai, è che questi spazi sono intermittenti, poco strutturati, spesso privi di mediazioni credibili.
L’ammirazione per le autocrazie e l’Europa marginale
Dentro questa disillusione democratica matura un dato particolarmente inquietante: quasi un terzo degli italiani, il 29,7%, condivide l’idea che i regimi autocratici siano più adatti a competere nello scenario globale. Non è una maggioranza, ma rappresenta una quota consistente e in crescita, soprattutto tra chi vive la globalizzazione come minaccia.
Nel frattempo, l’Europa viene percepita come debole e laterale: poco incisiva sullo scacchiere mondiale, quasi ridotta a un condominio burocratico che distribuisce regole più che visioni. Si allenta così il legame simbolico con quella civiltà europea che aveva assunto come segno distintivo la combinazione tra architettura della sicurezza sociale e diritti sociali e politici.
È un passaggio delicato: quando la democrazia appare inefficace e l’Europa sembra soltanto un vincolo, il fascino delle scorciatoie autoritarie cresce. Non necessariamente come nostalgia delle dittature novecentesche, ma come desiderio di decisionismo rapido, di “governi forti” che promettono protezione in tempi di incertezza. È la tentazione di consegnare a leader carismatici – reali o aspiranti tali – il monopolio dell’annuncio, della promessa di avvenire.
Sesso, corpi, digitale: i piaceri come rifugio
Il Report annuale restituisce l’immagine di un’Italia che, mentre riduce gli investimenti in cultura, non rinuncia però all’intensità dei corpi e delle relazioni – almeno sul piano dichiarato. Due italiani su tre tra i 18 e i 60 anni riferiscono rapporti sessuali frequenti: una minoranza li vive quotidianamente, molti li collocano su base settimanale; solo una quota ridotta ammette di non avere rapporti.
Accanto a questa vitalità, avanza la dimensione virtuale: una parte significativa della popolazione dichiara di praticare sesso online e, tra i minori di 35 anni, il sexting diventa quasi una grammatica implicita della relazione. È la conferma che la vita digitale non è un semplice “altrove”, ma invade in profondità anche la sfera più intima, costruendo nuovi codici del desiderio e nuove vulnerabilità.
Si potrebbe leggere questo fenomeno come un’ulteriore manifestazione di quella “età del ferro e del fuoco” evocata dal Censis: mentre il mondo esterno appare instabile e minaccioso, la ricerca di piacere – reale o mediato dallo schermo – diventa un modo per anestetizzare la paura, occupare il tempo, costruire isole temporanee di gratificazione. Ma il piacere, isolato dal tessuto dei legami, non è una risposta duratura: quando non è sostenuto da relazioni, progetti, parole condivise, rischia di trasformarsi in un’altra forma di solitudine, consumata a luci spente.
Lavoro, aspettative e desiderio di sicurezza
Un altro gruppo di dati riguarda il lavoro e dice molto sulle attese collettive. Il dossier registra che, tra i giovani, l’aspirazione prevalente resta quella al posto fisso pubblico: quasi la metà guarda al settore statale come approdo desiderabile, mentre una quota più contenuta immagina il proprio domani nel privato e solo una minoranza si orienta verso l’imprenditoria.
Al tempo stesso, l’aspettativa di vita rimane elevata – 85,5 anni per le donne e 81,4 per gli uomini – ma convive con l’idea diffusa di un avvenire socialmente meno garantito. Il sogno del posto fisso non è puro conservatorismo: è domanda di protezione, di continuità, di qualche punto fermo in un contesto che sembra oscillare continuamente. È come se il mondo sociale dicesse ai più giovani: “ti lascio un mondo più incerto, ma almeno prova a garantirti un’ancora”. Il problema è che non tutti potranno trovarla nella Pubblica amministrazione e che ridurre il futuro a strategia difensiva finisce per impoverire l’immaginario di un’intera generazione.
Welfare in trasformazione: dalla spesa alla responsabilità condivisa
Su questo terreno di aspettative fragili si innesta la questione del welfare. Pesenti ricorda come il modello nato nel secondo dopoguerra – il grande compromesso di metà secolo – sia ormai insostenibile nelle sue forme originarie: crescita stagnante, debito pubblico accumulato e nuovi rischi sociali (lavoro povero, precarietà, conciliazione vita-lavoro, fragilità familiari, immigrazione) hanno cambiato radicalmente lo scenario.
Il sistema di protezione sociale, nota il sociologo della Cattolica, sta già mutando pelle: da impianto centrato sulla spesa e sulla tutela passiva si va verso un paradigma di investimento sociale che punta sulle capacità delle persone, sulla formazione lungo l’intero arco della vita, sull’integrazione tra pubblico e Terzo Settore. In un passaggio che non può ridursi a mera razionalizzazione dei costi, Pesenti invita ad “abbandonare l’illusione di mantenere il modello universalistico così com’era” e, allo stesso tempo, a non cedere alla logica per cui “il rischio sociale ricade interamente sulle spalle dei singoli”.
Due, in particolare, sono i principi da difendere se non vogliamo che la “selva” si trasformi in giungla: la collettivizzazione dei rischi – nessuno deve essere lasciato solo davanti alla malattia, alla non autosufficienza, alla perdita del lavoro – e la pluralizzazione dello stato sociale, cioè la capacità di comporre, in una regia pubblica forte, l’apporto di istituzioni, Terzo settore, comunità locali. Non si tratta di privatizzare la protezione sociale, ma di organizzarla in modo più articolato, riconoscendo che la cura oggi è un fatto corale.
In gioco non c’è soltanto l’efficienza dei servizi, ma la tenuta stessa dell’idea europea. Pesenti lo afferma con chiarezza: il sistema di protezione resta “l’elemento portante della civiltà europea”; se l’Europa vuole continuare a chiamarsi civiltà, deve continuare a non essere soltanto mercato e vincoli di bilancio.
“Fiducia”: parola dell’anno e merce rara
Non è un caso che il Rapporto individui nella “fiducia” la parola simbolo dell’anno. Fiducia nei legami, nelle istituzioni, nella possibilità che le scelte collettive contino ancora qualcosa. E proprio perché è merce rara, viene evocata con insistenza.
Oggi la tentazione è quella di chiudersi: nell’appartamento, nel gruppo Telegram, nel proprio telefono, nel consumo privato di emozioni. Oppure di delegare tutto al leader di turno, chiedendogli di incarnare da solo la soluzione di problemi che sono strutturalmente collettivi.
Come ricorda Pesenti, il compito che spetta agli adulti – alle élite, ma anche alle comunità educative diffuse – è “restituire ai giovani un annuncio credibile”, cioè la percezione concreta che un futuro è ancora possibile e che vale la pena di essere vissuto senza riduzioni. Da sociologo, aggiungerei che questo annuncio non può essere soltanto raccontato: deve essere organizzato. Il credito sociale non è un sentimento spontaneo, è un bene relazionale che nasce quando le istituzioni mantengono le promesse fondamentali e quando i corpi intermedi – associazioni, cooperative, movimenti, gruppi informali – mostrano che un altro modo di stare insieme è praticabile già adesso.
Il 59esimo Rapporto Censis ci consegna, in definitiva, un corpo sociale fragile, tentato dalle scorciatoie autoritarie, sedotto dal digitale, stanco della politica. Ma non ancora rassegnato. Dentro questo “stato febbrile” continua a pulsare un tessuto di desideri, di solidarietà potenziale, di energie civili che cercano una forma.
Leggo in questi dati non solo l’ennesima conferma di un declino, ma anche l’indizio di una possibilità: la società italiana non ha smesso di cercare luoghi, parole, relazioni in cui riconoscersi. La sfida è trasformare questo bisogno diffuso – spesso confuso, talvolta contraddittorio – in un progetto collettivo che tenga insieme diritti e responsabilità, sicurezza e apertura, protezione e rischio condiviso.
Sta a noi – adulti, operatori, istituzioni, mondi intermedi – decidere se lasciare che la febbre si trasformi in malattia cronica, o se leggerla come un sintomo che invita a cambiare terapia: passare da un Italia che “si arrangia” a una comunità che si pensa, si organizza e si cura. In gioco non c’è solo l’umore degli italiani, ma la possibilità che l’Europa resti, anche domani, una casa di civiltà e di welfare, e non soltanto una sbiadita reminiscenza del secolo scorso.

















