DI DAMIANO MAGGIO, SOCIOLOGO
Weekend di Pasqua. Piazza Cattedrale. Ragazzini che lanciano un casco contro la facciata della chiesa, piazzandolo poi su uno dei putti dell’obelisco. Intervento delle forze dell’ordine. Reazione dei giovani con insulti e insofferenza, offrendo quel triste spettacolo di maleducazione che ha fatto il giro dei social e dei telegiornali locali.
Naturalmente i commenti non si sono fatti attendere: “Bitonto sta precipitando”, “Giovani senza rispetto”, “Città allo sbando”. Eppure, seduto ad un tavolino davanti a piazza Cattedrale, la stessa piazza dove 40 anni fa assistevo a scene simili, mentre guardo quel video che gira da giorni, non riesco a unirmi al coro dell’indignazione generalizzata e quindi mi chiedo: ma stiamo davvero scoprendo l’acqua calda?
La Verità? Non è mai cambiato nulla. Mi permetto di essere il guastafeste di turno: questi episodi ci sono sempre stati. Quando ero ragazzino anch’io, assistevo a bravate, a gesti stupidi, a vandali che sfidavano l’autorità. Solo che allora non c’erano i social network per amplificare ogni gesto folle, non c’erano i cellulari che riprendevano tutto, non c’era questa fame di clamore mediatico che trasforma un atto di inciviltà in un “dramma sociale”.
Sì, è vero: deturpare la facciata della Cattedrale è un gesto brutto, assolutamente da condannare. Sì, rispondere agli agenti con insulti è inqualificabile. Ma diciamocela tutta: siamo davvero sorpresi che esistano ragazzini stupidi e maleducati? O stiamo solo facendo finta che, una volta, i giovani fossero tutti angeli con la divisa da scout?
Esiste una cosa che si chiama amnesia generazionale. In pratica, noi adulti abbiamo la memoria selettiva. Ci ricordiamo dei bei tempi passati, delle serate tranquille, delle piazze ordinate. Ma se andate a scavare, quarant’anni fa – quando anche io ero ragazzino – c’era la stessa identica musica. I casini, le bravate, i ragazzi che sfidavano l’autorità, quelli che imbrattavano i muri, quelli che rubacchiavano, e via dicendo.
La differenza? Che allora non c’era nessuno a filmare. Non c’era il gruppo WhatsApp del quartiere che amplificava ogni gesto. Non c’era il telegiornale che passava in loop il casco arancione per tre giorni. Il gesto restava lì, tra chi c’era, una sgridata, la chiamata fatta arrivare ai genitori e tutto finiva lì.
Oggi invece abbiamo la costruzione sociale del pericolo: prendiamo un atto stupido, lo mettiamo sotto il microscopio dei social, e lo trasformiamo in un “emergenza sociale”. E magicamente, quello che era un gesto da ragazzini scemi diventa il simbolo del “declino della città”.
Assistiamo a quella che è la spettacolarizzazione della devianza. In termini umani: quando dai troppa visibilità a un gesto sciocco, rischi di trasformarlo in un atto eroico agli occhi di chi l’ha fatto. Questi ragazzi, adesso, sono i “famosi” della scuola. Hanno i like, i commenti, l’approvazione dei loro coetanei, i video che girano. Hanno ottenuto quello che volevano: l’attenzione. E noi, con la nostra indignazione a getto continuo, gliela stiamo dando su un piatto d’argento.
Ma perché i ragazzi scelgono proprio piazza Cattedrale, proprio la facciata della chiesa, proprio l’obelisco? Qui entra in gioco un altro concetto: lo spazio pubblico che si è ristretto. Una volta i ragazzi avevano i campetti, i circoli, gli oratori, i posti dove “fare i matti” senza distruggere nulla di storico. Oggi quegli spazi sono chiusi, privati, costosi, o semplicemente non ci sono più. E allora il centro storico, la villa con il suo spazio antistante, diventano l’unico palcoscenico disponibile. È lì che si passa, è lì che ti vedono, è lì che puoi esistere.
Lanciare un casco contro la Cattedrale non è solo stupidità: è un modo per dire “Sono qui, esisto, guardatemi”. Triste, per carità. Ma comprensibile se pensate che per molti di questi ragazzi l’alternativa è l’invisibilità totale.
Non sto dicendo di chiudere un occhio. I ragazzi devono essere identificati, sanzionati, educati (se ancora possibile). I danni devono essere ripagati. Ma forse dovremmo smetterla di drammatizzare ogni episodio come se fosse il segno dell’apocalisse. E soprattutto, dovremmo ricordarci che noi adulti non siamo nati santi. Anche noi abbiamo avuto le nostre follie, i nostri gesti stupidi, i nostri momenti da “vandali”. Solo che non esistevano i video per ricordarcelo in eterno.
Bitonto non sta precipitando più di ieri. I giovani non sono peggiori di quelli di 40 anni fa. Solo che ora abbiamo le telecamere, i social, e una voglia morbosa di indignarci.
La prossima volta che vedremo un ragazzino fare lo stupido, proviamo a intervenire sul momento, e magari, invece di filmare, proviamo a gridare “Ehi, smettetela!”, come facevano una volta i nostri genitori. Senza fare gli eroi, senza fare i moralisti. Solo essendo lì, presenti, come fa la gente perbene da sempre.
















