Le sue immagini sono diventate iconiche di un’epoca.
Hanno raccontato con fedele e icastico realismo gli anni Settanta a Milano.
Ci hanno lasciato il referto più amaro e vero di una stagione a suo modo indimenticabile.

Di tutti i fotoreporter degli anni Sessanta e Settanta, infatti, Aldo Vito Bonasia – nato a Bitonto nel 1949 e trasferitosi giovane nel capoluogo lombardo, dove, dopo un apprendistato nella moda, fonda nel 1973 l’agenzia DFP, prima di tuffarsi fra i lapilli della Storia – è stato il più coinvolto, il più temerario, il più militante.
Le sue immagini in bianco e nero provengono direttamente dal mondo dei giovani, da quello dell’impegno politico. E non mancano richiami alla visione diretta e senza filtri in stile Weegee.
Le sue fotografie migliori sono datate ’71-’77, tra l’onda lunga del Sessantotto e l’inizio del terrorismo (o della lotta armata, a seconda dei punti di vista).

Aggressive e intense, raccolte per la prima volta in un catalogo, non ci trasmettono solo manifestazioni o scontri di piazza, ma fatti, personaggi, trasgressioni: documento di un passato sempre attuale e di un giovane di grande coraggio che ha rivoluzionato il fotogiornalismo italiano.

Firmò un libro dal titolo “Vivere a Milano“, con un prezioso contributo di Nanni Balestrini, e “L’io in divisa – immagini per un’analisi sociale“.

Ha scritto di lui Giovanna Calvenzi, curatrice di una significativa mostra, dedicata qualche anno fa all’artista nostro concittadino:
“Aldo Bonasia è passato come una meteora nel cielo turbolento ma vitale del fotogiornalismo italiano degli anni Settanta.
Anni che vedevano le piazze delle città italiane affollate di giovani e meno giovani che protestavano, che chiedevano, che volevano il possibile e l’impossibile.
E che vedevano nascere, direttamente dalla strada, una generazione di giovani fotografi impegnati con il loro lavoro a tentare di “cambiare il mondo”.
“In ogni situazione, di conflitto o di dibattito – prosegue il testo del catalogo Electa “Anni Settanta” -, ecco comparire, prevedibile e imprevedibile, la figura sottile di Aldo, i suoi jeans, i suoi stivali da cow boy, le macchine sempre al collo, i capelli scuri e svolazzanti, più veloce di tutti ad arrivare e a scomparire“.

“Non conosceva la paura. Si infilava rapido fra i manifestanti, davanti alla polizia, sfidava sassi e lacrimogeni, sempre con una sorta di sorriso sghembo, non ho mai capito se ironico o incurante“.
“Dopo il 1982 di lui si perdono le tracce. Qualche lettera da lontano, ritorni milanesi con una dichiarata e improbabile voglia di ricominciare.
Rimangono i ricordi di chi lo ha visto correre nelle piazze, veloce ed elegante, all’inseguimento di se stesso.
Di chi ha imparato da lui a “vedere” e il rimpianto per il suo passaggio troppo veloce sulla scena della fotografia e della vita“.

“Rimangono le sue fotografie, capaci per sempre di restituirci la sua voglia disperata di raccontare le sue esperienze vissute fino in fondo“, conclude la Calvenzi.
















