DI DAMIANO MAGGIO, SOCIOLOGO
C’è una scena che si ripete ogni giorno nelle strade di Bitonto.
Un anziano cammina lentamente sul marciapiede. Una madre accompagna il figlio per mano. Un automobilista procede con prudenza lungo una strada del centro. Poi, all’improvviso, sfreccia un monopattino. O una bicicletta. A volte due. A volte tre.
Arrivano contromano, tagliano la strada, sfiorano i passanti, costringono le auto a frenate improvvise. Nessuno sguardo di scuse. Nessun cenno di rispetto. Nessuna percezione del rischio. Solo la convinzione che le regole valgano per gli altri.
Il problema non è la bicicletta. Non è il monopattino. Non sono nemmeno i ragazzi. Il problema è quella forma di indifferenza che sembra essersi insinuata nel rapporto tra le nuove generazioni e lo spazio pubblico. Una sorta di convinzione implicita secondo cui la strada appartenga a chi è più veloce, più rumoroso, più spavaldo.
E così si vedono adolescenti procedere controsenso come se il codice della strada fosse un’opinione, attraversare piazze affollate senza rallentare, costringere anziani e bambini a scansarsi per evitare l’impatto.
Non si tratta di semplici bravate, perché ogni volta che qualcuno ignora deliberatamente una regola di convivenza, il messaggio che passa è chiaro: “Io vengo prima degli altri.” Ed è qui che la questione smette di essere stradale e diventa educativa.
E c’è un’altra conseguenza, meno visibile ma altrettanto grave. Poco alla volta, chi rispetta le regole comincia a vivere lo spazio pubblico con apprensione. Gli anziani si spostano guardandosi continuamente alle spalle. I genitori stringono la mano dei figli quando attraversano una piazza. Persone fragili o con difficoltà motorie finiscono per evitare alcune zone o alcuni orari. Non perché la città sia diventata pericolosa nel senso tradizionale del termine, ma perché è diventata imprevedibile. E l’imprevedibilità genera paura.
Per anni abbiamo parlato di sicurezza urbana immaginando telecamere, controlli, sanzioni. Tutti strumenti importanti. Ma c’è una sicurezza che nasce molto prima delle ordinanze comunali: quella che si costruisce nelle famiglie, nelle scuole, nelle associazioni sportive, negli oratori, nei luoghi dove si impara che la libertà non consiste nel fare ciò che si vuole, ma nel sapere che le proprie azioni hanno conseguenze sugli altri.
Perché il vero problema non è il ragazzo che percorre una strada contromano. Il vero problema è quando quel ragazzo non percepisce nemmeno di stare sbagliando. Quando considera normale mettere a rischio un passante. Quando interpreta il richiamo di un adulto come un fastidio e non come un’occasione di crescita. Quando la maleducazione smette di essere un comportamento e diventa una cultura.
Bitonto, come tante città italiane, sta vivendo una stagione nella quale il rispetto degli spazi comuni appare sempre più fragile. Non riguarda solo il traffico. Riguarda il modo in cui occupiamo le piazze, utilizziamo la Villa Comunale, trattiamo i luoghi che appartengono a tutti.
Ogni comunità vive grazie a un patto invisibile. È il patto che ci porta a rallentare davanti a un anziano, a dare precedenza a un bambino, a riconoscere che la strada non è una pista personale ma un bene condiviso. Quando quel patto si rompe, la città diventa più rumorosa, più nervosa, più aggressiva. Più povera, ma soprattutto diventa una città che si restringe. Perché quando le persone smettono di sentirsi al sicuro, modificano le proprie abitudini. Camminano meno, frequentano meno le piazze, evitano alcuni percorsi. Lo spazio pubblico, che dovrebbe essere il luogo dell’incontro, diventa il luogo della cautela. E una città nella quale i cittadini hanno paura di muoversi liberamente è una città che perde una parte della propria anima civile.
Forse allora la domanda non è perché alcuni ragazzi vadano contromano. La domanda è più scomoda. Chi sta insegnando loro che il mondo esiste anche oltre se stessi?
Perché una comunità non si misura da quanto corre il più veloce. Si misura da quanto riesce a proteggere il più fragile.
















