DI DAMIANO MAGGIO, SOCIOLOGO
Come 40 anni fa, per uno strano scherzo del destino mi sono ritrovato a rivivere la stessa, identica situazione.
40 anni fa, ero un ragazzino, passeggiavo spensieratamente per via Repubblica ed ho assistito alla fuga dei malviventi dalla gioielleria Milella. Ad anni di distanza, e pochi metri più lontano (ero all’Ufficio Postale), eccomi nuovamente a viaggiare nel tempo, un déjà-vu inquietante, una sorta di viaggio nel tempo che mi ha catapultato nel passato, ma con la consapevolezza e la maturità di un uomo che ha visto la sua città cambiare, spesso in peggio.
Più che fare un semplice resoconto, sono stato tentato di fare una diagnosi dello stato di salute della nostra cara Bitonto. Cosa è cambiato da allora? Ne è emerso un quadro fosco dove la violenza criminale si intreccia con l’indifferenza civica e l’immobilismo politico, delineando a mio parere una crisi sistemica che rischia di compromettere il futuro della città.
Analizziamo i diversi livelli di questa complessa dinamica.
Gli episodi di rapina, l’escalation della microcriminalità non sono meri fatti di cronaca nera, ma sintomi di una profonda frattura nel tessuto sociale.
La percezione di insicurezza, alimentata da questi eventi, mina la fiducia dei cittadini nello Stato e nelle sue capacità di garantire l’ordine pubblico e la protezione dei più vulnerabili.
L’indifferenza di chi assiste alle rapine senza intervenire o chiamare i soccorsi è la spia di un disimpegno civico preoccupante, di un individualismo esasperato che porta le persone a chiudersi in se stesse e a disinteressarsi del bene comune. Si rompe, in questo modo, il contratto sociale che dovrebbe legare i cittadini alle istituzioni.
Ma perché lo Stato sembra così distante? La risposta, il più delle volte, risiede nel fallimento della governance locale che, se andiamo ad analizzare, ne emerge un quadro desolante: l’immobilismo, la confusione politica, l’assenza di una visione strategica per il futuro della città contribuiscono ad alimentare il senso di abbandono e di frustrazione dei bitontini. Si crea, in questo modo, un circolo vizioso: la politica non risponde ai bisogni dei cittadini, i cittadini si disaffezionano alla politica, la politica si isola sempre di più.
Come uscire da questa crisi?
La risposta non è semplice, ma richiede un approccio integrato che agisca su diversi livelli.
In primo luogo, è necessario ricostruire il senso di comunità, promuovendo la partecipazione attiva dei cittadini alla vita pubblica, sostenendo le associazioni e le iniziative di volontariato, creando spazi di socializzazione e di confronto.
In secondo luogo, è fondamentale ripensare la governance locale, promuovendo la trasparenza, la responsabilità e la partecipazione democratica.
Ho più volte avuto modo di scrivere su questo tema a mio avviso cruciale: i cittadini devono essere coinvolti nelle decisioni che riguardano il futuro della città, devono poter controllare l’operato degli amministratori, devono avere gli strumenti per far sentire la propria voce.
In terzo luogo, è necessario affrontare le cause profonde della violenza e dell’insicurezza, investendo in politiche sociali che promuovano l’inclusione, la giustizia sociale e le pari opportunità. Bisogna creare lavoro, sostenere le famiglie, garantire l’accesso ai servizi essenziali, contrastare la povertà e l’emarginazione.
Solo con un impegno corale, con un cambio di mentalità e con una visione strategica di lungo periodo sarà possibile invertire la rotta e restituire a Bitonto un futuro di speranza e di prosperità.
Altrimenti, il rischio è quello di assistere al lento, ma inesorabile, declino di una città che ha perso la sua anima.

















