DI DAMIANO MAGGIO, SOCIOLOGO
Ci sono episodi di cronaca che durano pochi minuti e che, proprio per questo, rischiano di essere archiviati troppo in fretta.
Una multa. Una protesta. Qualche parola di troppo. Poi le minacce e, infine, la violenza.
Non c’è multa, per quanto ritenuta ingiusta, che possa trasformare una contestazione in un’aggressione a chi sta svolgendo il proprio lavoro. Ma forse vale la pena fermarsi un momento prima: prima della violenza, prima delle mani, prima persino degli insulti e chiedersi che cosa accade in una città quando, giorno dopo giorno, l’idea delle regole comincia a perdere consistenza.
Perché le regole non sono soltanto scritte nei codici. Vivono nella quotidianità: in una macchina lasciata dove non si può parcheggiare, in un sacchetto di rifiuti abbandonato dove non dovrebbe stare, in un marciapiede occupato, in un attraversamento pedonale ignorato, in una bicicletta o in un monopattino che procede contromano. Nel piccolo abuso che diventa: «Ma che sarà mai».
Il problema non è il singolo comportamento. È la sua ripetizione e soprattutto ciò che quella ripetizione comunica.
La teoria delle finestre rotte, più volte da me citata, parte proprio da qui: l’assenza di una risposta al disordine e alle piccole violazioni può contribuire a normalizzarli e a modificare la percezione delle regole. Significa che quando le piccole violazioni diventano abituali e restano sistematicamente senza risposta, la regola rischia di perdere autorevolezza.
Chi vede per anni qualcuno parcheggiare in divieto di sosta senza che accada nulla può cominciare a considerare quel divieto meno come una norma e più come un fastidio. Chi vede occupare continuamente un marciapiede può smettere di percepirlo come uno spazio regolato. Chi vede comportamenti incivili ripetersi senza conseguenze può arrivare a pensare che le regole esistano soltanto sulla carta. Ed è qui che accade qualcosa di più profondo della semplice violazione: la trasgressione comincia a sembrare normale.
Una città non può costruire la propria convivenza civile soltanto sulla paura delle multe. Ma non può nemmeno costruirla sulla convinzione opposta: che le regole siano facoltative.
La prima produce un rapporto puramente coercitivo con l’autorità. La seconda rischia di produrre qualcosa di altrettanto pericoloso: l’idea che l’autorità non abbia realmente il diritto di chiedere il rispetto delle regole. Ed è qui che una semplice multa può trasformarsi, nella percezione di qualcuno, in un affronto personale.
«Perché proprio io?» «Ma lo fanno tutti.» «Perché a me sì e agli altri no?»
Sembrano frasi innocue ma dentro c’è una questione sociale enorme. Perché se tutti violano una regola, quella regola rischia di smettere di essere percepita come una regola.
È il paradosso del “lo fanno tutti”: la diffusione di una violazione finisce per trasformarla, almeno nella percezione di chi la compie, in qualcosa di legittimo. E così avviene una piccola, ma significativa, inversione dei ruoli. Non è più chi parcheggia dove non deve a sentirsi fuori posto. È l’agente che fa la multa a diventare quello che «esagera». Non è più chi occupa abusivamente uno spazio a dover spiegare il proprio comportamento. È chi interviene a dover giustificare perché lo sta facendo.
Non è più la regola ad apparire normale. È la sua violazione.
Questo, prima ancora che un problema di ordine pubblico, è un problema di cultura civica.
Poniamoci una domanda collettiva: che cosa succede quando per troppo tempo insegniamo, nei fatti, che le regole possono essere ignorate? E soprattutto: che cosa succede a chi quelle regole deve farle rispettare?
Un agente della Polizia Locale non è soltanto la persona che scrive una multa. È, in quel momento, il punto nel quale una comunità rende concreta una propria regola. Per questo la solidarietà agli agenti aggrediti non è soltanto una questione corporativa. È una questione che riguarda tutti.
E allora cosa può fare una città? La risposta non può essere semplicemente «fare più multe». Le sanzioni sono necessarie quando una norma viene violata, ma da sole non costruiscono il rispetto delle regole.
Servono almeno quattro cose.
La prima è la certezza della risposta.
Non necessariamente una risposta durissima, ma prevedibile. Se parcheggio dove non posso, devo sapere che quella regola viene controllata. Se sporco uno spazio pubblico, devo sapere che la violazione viene contestata. La questione non è punire di più. È fare in modo che la regola non sia casuale.
La seconda è la coerenza.
Se una strada è vietata alla sosta, deve esserlo per tutti. Una regola applicata soltanto qualche volta finisce per apparire non come una regola, ma come una scelta discrezionale.
La terza è spiegare le regole.
Una città può fare molto di più per spiegare perché esistono determinate limitazioni, quali comportamenti sono vietati e quali sono le conseguenze. La legalità non è soltanto repressione. È anche educazione alla comprensione delle regole.
La quarta, forse la più importante, è ricostruire un rapporto normale con chi le regole le fa rispettare.
Un cittadino deve poter contestare una multa, chiedere spiegazioni, fare ricorso. È perfettamente legittimo, ma come un piccolo campanello d’allarme su una questione molto più grande.
Quanto siamo ancora disposti a considerare le regole come qualcosa che riguarda anche noi?
Perché la convivenza civile non si misura soltanto nei grandi momenti. Si misura soprattutto nelle piccole cose: nel parcheggio, nel marciapiede, nel semaforo, nel rifiuto gettato nel posto giusto, nel modo in cui ci rivolgiamo a un agente, nel modo in cui accettiamo una sanzione che riteniamo ingiusta. E persino nella capacità di dire, qualche volta: «Ho sbagliato».
Una città nella quale nessuno viene mai richiamato, nessuno viene mai sanzionato e ogni regola può essere aggirata può sembrare, per qualche tempo, una città più libera. Ma forse è soltanto una città nella quale le regole stanno lentamente diventando opzionali e quando le regole diventano opzionali, prima o poi qualcuno può arrivare a pensare che anche chi le rappresenta sia opzionale.
È lì che una multa può smettere di essere una multa e diventare, per qualcuno, una provocazione.
Non perché lo sia.
Ma perché abbiamo lasciato che la regola perdesse, un pezzo alla volta, il suo significato.

















