Dall’ing. Francesco Cariello, deputato della Repubblica Italiana dal 2013 al 2018, e vicepresidente della Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione, della pirateria in campo commerciale e del commercio abusivo, riceviamo e pubblichiamo.
“In una bellissima serata di venerdì 18 settembre, nelle piazze e nei vicoli del centro antico di Bitonto si mostrano le prelibatezze gastronomiche e gli oli di oliva prodotti con cura e dedizione nel nostro territorio, mentre accanto alla nostra bellissima cattedrale sono stati fatti annunci “incantevoli”.
Avete capito bene! Hanno incantato tutti con le analisi del momento che sta vivendo l’olivicoltura italiana. Analisi puntuali ma tardive. Tutti concordano sul fatto che il sistema è al “collasso”, ma non ho sentito proposte risolutive, a parte il rimando al piano olivicolo nazionale di cui avremo modo di approfondire in seguito.
Ai cittadini accorsi ad ascoltare, alla presenza di figure di rilievo nel panorama regionale e nazionale, è stata rappresentata una situazione di crisi del settore olivicolo, facendo credere che tutto sia capitato all’improvviso, come un incantesimo.
Viene da chiedersi, dove sono stati tutti negli ultimi decenni?
Mi verrebbe da dire, ve lo avevo detto nel 2015, denunciando l’esistenza di relazioni aziendali italo-spagnole potenzialmente in grado di condizionare le dinamiche del mercato dell’olio. Un solo colosso del commercio di olio internazionale, la cui forza incontrastata permette di decidere il prezzo dell’olio sui principali mercati mondiali perché sposta quantitativi enormi e tali da decidere le sorti di ogni transazione di olio d’oliva. Una posizione dominante in regime di concorrenza sleale e con una regia tale da arricchirsi sfruttando la italianità sulle etichette.
E per questo sono stato anche “accusato e condannato” per rivelazione di segreto d’ufficio. Il sottosegretario all’agricoltura, ha candidamente ammesso che ha dovuto chiedere l’aiuto delle associazioni di categoria per capire il fenomeno di crisi che ha investito il settore nel 2026, che evidentemente ha radici negli anni passati.
Cioè, oggi, nell’anno 2026 siamo ancora in fase di analisi di cosa stia accadendo, quando nel 2015 il parlamento italiano ha generato una rapporto corposo e dettagliato del fenomeno della contraffazione dell’olio d’oliva, a seguito del lavoro svolto nella commissione di inchiesta a cui ho partecipato in maniera attiva ed in qualità di vicepresidente.
Attenzione, il lavoro della commissione non è nè l’unica nè la prima inchiesta sul tema della contraffazione dell’olio d’oliva, ve ne sono anche di precedenti, ma in quella sede si è fatta una raccolta organica e strutturata con ottimi spunti di azione forniti al governo dell’epoca, derivanti da tutte le forze politiche e da tutti gli attori del settore. Il Governo era diverso da quello attuale ma nella sostanza non è cambiato nulla. Cambiano le facce e le bandiere ma sull’olivicoltura sembra che siano tutti d’accordo nel fare piani per lo sviluppo dell’agro-industria piuttosto che difendere concretamente la biodiversità locale e la ricchezza della tradizione agricola italiana.
Basta vedere la perfetta sintonia che è stata palesata tra l’esponente del governo italiano, La Pietra (sottosegretario al ministero dell’agricoltura) e l’esponente della giunta regionale, Paolicelli (assessore all’agricoltura). Tutti concordi nel promuovere una espansione dell’offerta (mentre i depositi sono pieni di olio) e poca attenzione al rilancio della domanda. Infatti gli annunci vanno tutti nella direzione della promozione delle colture industriali e superintensive che nulla hanno in comune con la cura e la valorizzazione della biodiversità tipica dell’agricoltura e del cibo italiano, ma soprattutto della dieta mediterranea, riconosciuta a livello internazionale come “Patrimonio Culturale Immateriale dell’Unesco”.
Questo importante riconoscimento non è certo frutto di quelle colture intensive che vengono promosse dal piano olivicolo attraverso gli investimenti annunciati dal sottosegretario. Gli investimenti proposti generano solo prodotti massivi perfetti per la grande distribuzione e nulla hanno a che fare con il tipico cibo italiano di qualità, “mangime per uomini più che delizie per il palato”.
Ecco l’incanto di cui siamo vittima. Si professano soluzioni, che tali non sono, bensì un graditissimo aiuto a coloro che stanno affossando la qualità del cibo italiano favorendo un cibo di massa che riempirà gli scaffali della Grande Distribuzione a discapito ancora dei piccoli produttori, che a loro volta dovranno fare i conti con gli aumenti del costo dell’energia, dei carburanti e della scarsità di manodopera.
Al governo di sinistra potrei rimproverare di non aver ascoltato le mie proposte che giacciono in parlamento a disposizione di chi vorrà recuperarle, una fra le tante: la creazione di una banca dati ufficiale e riconosciuta dal ministero dell’agricoltura per la tipizzazione di tutte le cultivar presenti sul territorio nazionale. Questo strumento, di cui si parla di recente, poteva essere un’arma di comparazione aggiuntiva a disposizione degli organi di controllo per contrastare il fenomeno dell’italian-sounding che genera profitti per quelle aziende che miscelano olio straniero con parti di olio extravergine italiano per ricavare maggiori profitti con etichette che richiamano l’italianità.
All’attuale governo di destra c’è da rimproverare quello che ci si aspettava da un governo di destra, che da un lato ha rinominato il ministero evocando la “sovranità alimentare” ma, concretamente, non la difende, contrastando, ad esempio, l’introduzione nel mercato italiano di tonnellate e tonnellate di olio tunisino senza dazi. Per svuotare le giacenze dei frantoi e delle cooperative italiane bisogna agire con forza e decisione interrompendo (almeno temporaneamente) l’accordo sui dazi agevolati tra la comunità europea e la Tunisia.
Lo si è fatto con Schengen per regolare il fenomeno migratorio e non lo si fa invece per la politica dei dazi a protezione della economia agricola del nostro territorio, questo sarebbe difendere la sovranità nazionale!
In questo contesto, vi sono le associazioni di categoria, presenti anch’esse al convegno di venerdì scorso, in ogni forma di organizzazione di produttori, trasformatori, commercianti e industriali. Alla fine tante strette di mano e tutti concordi che il piano olivicolo risolverà i problemi. Quindi nulla è cambiato! Va bene così!
Da domani vedremo i nostri figli alla ricerca di un terreno da coltivare perché il futuro della olivicoltura è più che roseo. Avrà margini e tassi di crescita a doppia cifra. Ognuno vorrà lasciare il posto fisso per dedicarsi al proprio uliveto.
Incantevole!
La verità è un’altra e, se non proteggiamo ogni singolo albero di ulivo con un contributo minimo a tutela della sua cura e conservazione, ogni proprietario anche solo di un albero di ulivo sarà portato ad abbandonarlo e disperdere il patrimonio delle nostre colture. Facendo spazio ai nuovi latifondisti per la produzione massiva dove ti va bene o addirittura per la conversione a produzione di energia con pannelli solari. Sempre che ci si salvi dalla minaccia latente del batterio che ha distrutto una parte delle colture pugliesi.

















