Otto lunghi anni.
Tanto è il tempo trascorso dalla morte della signora Anna Rosa Tarantino.
Oggi, 31 dicembre, quel piccolo corpo indifeso di un’anziana buona – di cui rimasero un guanto arancione intriso di sangue e un cappotto nero accartocciato come una foglia d’autunno a Porta Robustina – venne portato nella chiesa di Santa Teresa. E la sera, a mezzanotte, senza alcun rispetto, furono sparati fuochi d’artificio proprio lì davanti.
Il primo gennaio, i funerali. Sotto una pioggia battente.
Solo chi c’era se lo ricorda davvero.
Solo chi c’era porta ancora addosso le cicatrici profonde di quella morte ingiusta.
Chi c’era ha il dovere di ricordare tutto quel dolore, senza scorciatoie e senza sconti, perché non accada mai più.
È per questo che ieri sera abbiamo marciato per le vie del centro storico.
In quelle stesse strade dove, ancora oggi, continua a scorrere un fiume di droga.
Perché quell’omicidio non fu un fatto isolato, ma la punta dell’iceberg di una lunga sequenza di sventagliate di proiettili iniziate molto prima, anni prima.
Lo stesso autore materiale – chi fisicamente tenne premuto il grilletto – quattro anni prima, a soli 17 anni, in piazza Partigiani, sollevò la maglietta e sparò ad altezza d’uomo. Uno dei proiettili si conficcò nella vetrina di un’ottica di fronte.
Solo per miracolo non ci furono feriti tra i passanti.
Un ragazzo.
Un minorenne.
Un’arma in mano.
È anche da qui che bisogna ripartire: dal fatto che non possiamo più permettere che dei ragazzi crescano con una pistola come orizzonte possibile.
Non possiamo prenderci sulle spalle la parola “salvezza”, non ci compete.
Ma abbiamo il dovere di indicare un’altra strada. Di dire, con chiarezza, che un’altra strada esiste.
E non è quella delle sirene del malaffare.
Non è quella che promette rispetto attraverso la paura, soldi facili attraverso la violenza, appartenenza attraverso il silenzio.
Chi c’era ha il dovere di raccontare tutto questo. Ogni giorno.
Non solo il 30 dicembre.
Nell’enorme girotondo di ieri sera, quello in piazza San Silvestro, il vero dovere è riempire quel vuoto centrale di contenuti quotidiani. Tenere alta l’attenzione sempre.
E non soltanto su ciò che comunemente definiamo “criminale”, ma anche su quegli atteggiamenti mafiosi che, per abitudine o stanchezza, finiamo per normalizzare.
La legalità passa anche da qui:
dal rispetto delle file e
delle regole del vivere civile,
dal non occupare spazi che non ci spettano,
dalla gentilezza verso il prossimo,
dalla cura della cosa pubblica,
dal pretendere di essere rappresentati nella res publica con giustizia, verità e presenza.
Tutto questo va insegnato alle nuove generazioni, certo.
Ma ogni insegnamento è vuoto se non è accompagnato dall’esempio.
E l’esempio si chiama presenza. Partecipazione.
Encomiabili tutti i presenti, ma…
Non è possibile contare tre assessori su sette.
Non è possibile contare cinque consiglieri su ventiquattro.
Non è possibile vedere solo scout, studenti e pochi docenti coinvolti.
Tutti dovremmo sentirci chiamati.
Senza inviti.
Senza lettere.
Senza messaggi di promemoria.
Non solo per Anna Rosa Tarantino, ma per la comunità intera.
Perché abbiamo bisogno di tornare a sentire il rumore della piazza: delle voci, delle associazioni, delle persone. Anche delle campane “fuori dal coro”, stonate rispetto alla musica dominante.
Perché solo accordandoci – come un’orchestra vera – potremo provare a suonare una melodia nuova, finalmente armonica.
Non vogliamo più tappeti di polvere sotto cui nascondere tutto.
Non vogliamo più scontri e post politici consumati fuori dai luoghi del confronto.
L’auspicio per il 2026?
Che sia 30 dicembre ogni giorno.
Che si torni ad abitare le piazze, i luoghi del dialogo vero.
Che si torni a scontrarsi, sì, ma alimentando la dialettica con intelligenza reale.
Perché di artificiale, ormai, ne abbiamo già fin troppa…

















