Il grande scrittore e intellettuale italiano Guido Ceronetti (1927-2018) ha attraversato il Novecento da figura laterale e insieme luminosa. Scrittore, poeta, drammaturgo, traduttore, ha coltivato un pensiero appartato, ironico, spesso amaramente lucido.
Con una lingua segnata dall’amore per l’antico e da una spiritualità inquieta, ha costruito un’opera che è insieme diario, invettiva e profezia. “La pazienza dell’arrostito“, pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 1986 e poi riproposto a più riprese, è una delle sue raccolte più significative. Non un libro di viaggio nel senso classico ma una mappa interiore tracciata sugli spazi dell’Italia profonda. Un itinerario di impressioni e fenditure, di riflessioni civili e lampi poetici.
In questa rete di sguardi e movimenti compare anche Bitonto, colta in poche righe ma con intensità folgorante. Non descritta, piuttosto evocata. Nella scrittura di Ceronetti non c’è cronaca, né tantomeno turismo: le sue sono parole che non mostrano ma scardinano e stupiscono. Bitonto diventa allora figura di un’Italia carsica e viva, in bilico però tra l’incanto e la rovina. E lo vedremo presto.
Il suo arrivo, annotato così, siamo nel 1985: “6 maggio, alzato alle 5, sto aspettando alla Bari Nord trenino per Bitonto, rosetti gialli”. Arrivato a Bitonto, subito lo sguardo sulla città, che appare come “un fiume di lapidi. Per averne una, basta esserci nati”. Ecco l’ironia mordace. Non un mero paesaggio urbano, forse un flusso di pietra e di memoria, in cui la vita sembra sopravvivere nelle iscrizioni e nei nomi stessi: un’Italia che parla attraverso i morti, diremmo.
Ecco la visione della cattedrale: “Bel gruppo di vecchie. Rosario. È superbissima però, restaurata, con grandi chiazze di lebbra bianca e una vetrata nell’abside che pare un Burri fatto di pannolini ben mestruati”. Il sacro si contamina col grottesco: bellezza e smorfia. Puro stile Ceronetti.
Lo scrittore si lascia incantare, però, nella cripta della cattedrale. E allora non poté ancora vedere il Grifo, tra l’altro. Come non l’hanno potuto vedere visitatori e cittadini nei secoli. Chissà cosa il nostro avrebbe detto. Ma ecco, di nuovo, il contrasto o il rapporto tra vita e morte.
“Giovanni Francesco dei Ferraris si direbbe morto da pochi minuti. Ancora nessuno se ne è accorto, lo credono assopito. Quanta vita in questa morte!”.
Parole assai suggestive, come si vede, dedicate ad un ‘luogo’ artistico emblematico, custodito nella cripta: il bellissimo monumento sepolcrale, appunto, di Giovan Francesco de Ferraris.
La città emerge viva nella sua materia quotidiana, tra “venditori di carciofi“, “taralli salati“, sordomuti osservati da Ceronetti che “rendono animatissima anche la conversazione più inerte”.
“Un ricordo musicale. In questa casa, per oltre mezzo secolo, visse e morì il maestro Nicola Bellezza. E poi vicino il sergente maggiore Michele Speranza, nato in questa casa, morto a Bengasi, 12 marzo 1912“.
Così un ulteriore passo messo su carta dell’incedere ceronettiano a Bitonto.
L’osservazione si fa a tratti giudizio spietato, come quando, notando un’altra iscrizione celebre per i bitontini -quella che su Porta Baresana rievoca la presenza in città di Giovanni Paolo II-, Ceronetti scrive: “Parla ai bitontini di lavoro, di olive e termina: ‘operate con fiducia per lo sviluppo pieno della vostra terra’. Dopo ogni viaggio apostolico c’è un po’ più di stoltezza verbale nel mondo, è l’unica cosa che ne rimane”.
Eppure, anche nel sarcasmo, si insinua uno scarto che apre alla percezione di un altrove. Come durante la messa: “il prete ha voce suave, ma sembra fissarmi intensamente. Esco per il disagio”.
Non è dato sapere la chiesa.
È proprio, tuttavia, in questa tensione tra il dentro e il fuori, tra il visibile e ciò che sfugge, che si gioca la scrittura di Ceronetti. Egli viaggiava, viaggia, per cercare e per vedere. E in fondo per ricordare, come annota con una frase lapidaria, subito dopo aver detto dello sguardo del prete: “L’Occhio certamente esiste, a Bitonto”.
Nè manca il nefasto. Ceronetti è nel centro storico: “Cambio strada perché tre o quattro deficienti mi hanno scorto e già cominciano ad avere convulsi di risa“.
Una parte di quella che è comunque città e spazio urbano e sociale non riesce proprio a nascondersi. Ma su questo apriremmo scenari altri, lunghi, dolorosi.
Quel che traspare evidente è che la città, in Ceronetti -ogni città-, non è una semplice tappa. È un piccolo enigma che parla. Una scheggia d’Italia e di Meridione che si trasforma in materia poetica e spirituale, attraverso lo sguardo di uno scrittore che, nei luoghi, cercava bellezza e rivelazioni. E di luoghi in questo libro, “La pazienza dell’arrostito“, ce ne sono tanti.
















