Sono nato e cresciuto fra piazzetta San Silvestro – un luogo che non c’è, già perché non lo troverete mai nella toponomastica ufficiale: uno slargo del cuore, che ispirò per ben due volte l’onirico Francesco Speranza – e Porta Robustina, e per questo motivo, oggi sono particolarmente felice e, nel contempo, provo un sentimento di dolorosa malinconia.
Ché mai mi hanno incantato le narrazioni edulcorate sulla vita nella nostra città e, in particolare, nel nostro centro storico.
Chiunque abbia vissuto in quel dedalo fascinoso di stradine e vicoli, ha avuto sempre a che fare con le nefandezze della malavita. Tuttavia, stupivo quando non ne trovavo traccia sugli organi di informazione (un giorno, ovviamente lontano, qualcuno renderà merito a quei quattro pazzi che squarciarono la patina di conformismo da tutti ben accetta, tuffandosi, fra sogno e incoscienza, nel giornalismo online, che vi assicuro non sono “calzolai“, ma giovani spinti solo da passione e abnegazione). Solo consigli comunali, processioni, inaugurazioni, baci e abbracci…
E così, ogni volta che un episodio criminale feriva la nostra comunità, pareva un fulmine a ciel sereno e per tale veniva rubricato: tutti sbalordivano, si indignavano in modo passeggero e si ritornava a vivere serenamente. Eppure, io sono del 1971 – proprio così, sono un relitto del Novecento – e non posso non ricordare i cinque bimbi morti nel pozzo infernale di Arco Pietrogianni e mia madre che correva all’ora di buco dalla non vicina “Rutigliano” per vedere come stavamo io e mio fratello; poi, qualche anno dopo, il marito della nostra colf fu inseguito e ucciso dal metronotte; nel ’78 mentre ero a far le cure termali a Tabiano, fanciulli già ampiamente malvissuti passarono la medesima vacanza a casa nostra, svaligiandola letteralmente; alla seconda media, di ritorno da quella coraggiosa scuola di frontiera che era la “Rogadeo“, fui aggredito e derubato degli occhiali da vista; pochi anni a seguire, fu la volta delle due fiere biciclette “Rubino“, che cambiarono forzatamente proprietario, con tanto di richiesta di riscatto – 100 mila lire – prontamente respinta al mittente; una notte, irruppero nello studio di mio padre, ma, sommersi dai libri, portarono via solo …un martello; ormai anziane, mia zia e mia madre furono scippate da bambini…
In Piazza Caduti del Terrorismo, la prima scena violenta vide un padre sparare al proprio figlio dopo acceso diverbio; ma quello, oltre a quanto di più orrendo si possa immaginare, era il teatro dello show di Capodanno: il talento più implume della delinquenza nostrana – oh, se ne ho visti in azione… – veniva scelto per il tribale rito di passaggio: prima, doveva rubare un’auto e guidarla pur avendo l’età giusta per pilotare i modellini Bburago, e, infine, darle fuoco. Un anno esagerarono ed esplose il distributore di benzina del compianto signor Mongiello, comprese le cisterne sotterranee di carburante. E, manco si fosse in un mondo all’incontrario, le vittime vivevano dietro le sbarre, sistemate a difesa di finestre e porte, e i carnefici spadroneggiavano baldanzosi…
Ecco perché, quando uccisero barbaramente Anna Rosa Tarantino, al culmine truce di più conflitti armati dall’alba di quel dì, non mi metavigliai più di tanto e fui il primo a giungere in via Le Marteri, pure avvantaggiato da una vicinanza topografica. E il clamore sollevato dall’ingiusta morte di un’anima pia e innocente fu dileggiato dai fuochi d’artificio notturni sia dinanzi alla Chiesa di Santo Teresa, ove era vegliata la salma della dolce sartina, sia sul posto dove era stata trucidata, per “festeggiare” la scarcerazione di alcuni sodali d’illecite imprese.
Aggiungo: le prime marce erano quasi “comiche”, nel senso che il corteo saettava via a velocità supersonica per quegli angusti e tetri spazi, sotto gli occhi inceneritori dei malavitosi che le consideravano indebite invasioni, con i cronisti che temevano di non ritrovare più le loro auto parcheggiate a ridosso del borgo natio.
Ecco qual è stata la vera, grande, forse invisibile vittoria della marcia di ieri. Un autentico miracolo, ai miei occhi. Non solo il numero dei partecipanti e l’abbraccio, sincero e commosso, delle diverse anime della nostra collettività, unite tutte nel ricordo imperituro e nell’etica responsabilità, ma gli sguardi silenziosi e quasi offesi degli incalliti manigoldi, ammutoliti da quella imponente manifestazione di civiltà.
Per questo, va a tutti coloro che hanno voluto l’iniziativa – a partire dal Presidio cittadino di Libera – la mia infinita gratitudine e perenne sarà il monito rivolto ai bitontini ad essere ogni anno sempre di più…

















