Prima ancora delle narrazioni fantastiche legate alla Befana, a Bitonto il giorno dell’Epifania ha avuto per decenni un significato molto più concreto: quello del dono come gesto collettivo, organizzato, pensato per i bambini più fragili.
A riportarlo alla memoria è la docente e presidente del Centro Ricerche Bitonto, Carmela Minenna, che ha ricostruito una pagina poco nota della storia sociale cittadina, legata alla Giornata della madre e del fanciullo, istituita nel 1933 nell’ambito delle attività dell’Opera Nazionale per la Protezione della Maternità e dell’Infanzia, fondata alcuni anni prima, nel 1925.
Nel contesto del Ventennio fascista — che per ragioni ideologiche e demografiche riservò grande attenzione al mondo dell’infanzia — questa giornata divenne un appuntamento fisso del calendario civile. Le celebrazioni si collocavano generalmente durante il periodo natalizio, con un momento culminante proprio nel giorno dell’Epifania, quando ai bambini venivano distribuiti doni, indumenti e beni di prima necessità.
Anche Bitonto partecipò attivamente a questa rete di solidarietà. Negli anni Cinquanta, in particolare, si distinse la figura di Rosa Chiddo, benefattrice che legò il proprio impegno alla Giornata della madre e del fanciullo. Dopo aver vissuto a lungo a Curato — paese d’origine della madre — Rosa Chiddo tornò a Bitonto in seguito al matrimonio con Cosmo Ruggiero. Fu una donna molto attiva nel tessuto cattolico e sociale della città: zelatrice delle missioni in Mozambico, partecipò anche al primo convegno femminile della Gioventù Francescana, tenutosi nel 1950.
Il suo contributo concreto consisteva nella raccolta di giocattoli, capi di abbigliamento e beni essenziali da destinare ai bambini bisognosi. La consegna dei doni avveniva spesso proprio a ridosso del Natale o nel giorno dell’Epifania, in continuità con il senso profondo della festa.
Accanto all’impegno delle benefattrici, anche la scuola ebbe un ruolo centrale. Negli anni Trenta, le studentesse del liceo classico “Sylos” di Bitonto confezionavano, durante le ore di lezione, indumenti destinati ai neonati e ai bambini fino ai tre anni. Mentre i ragazzi maschi erano impegnati in attività di educazione fisica e addestramento militare, le giovani si dedicavano al taglio e al cucito: capi che sarebbero poi stati donati proprio in occasione della Giornata della madre e del fanciullo.
Una fotografia, pubblicata negli Studi Bitontini, ritrae Rosa Chiddo mentre consegna un paio di scarpette a una bambina: un’immagine semplice, ma potente, che restituisce il senso di un tempo in cui la Befana non era solo simbolo, ma occasione concreta di attenzione verso chi aveva meno.
Una memoria che oggi parla ancora, ricordandoci che il dono — prima di essere gesto individuale — può diventare responsabilità condivisa di una comunità intera.

















