In occasione del 33esimo “Dies Natalis” al Cielo del Venerabile Antonio Bello (1993-2026), ieri sera, si è tenuta presso la Cattedrale di Molfetta una Celebrazione eucaristica presieduta da Mons. Francesco Savino, Vescovo della Diocesi di Cassano all’Jonio e Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana.
Pubblichiamo, di seguito, il testo dell’omelia e la preghiera di Mons. Savino.
“È per me motivo di onore e di commozione essere qui, in questa Cattedrale, in occasione del 33° anniversario della morte del Venerabile don Tonino Bello. Per questo saluto e ringrazio anzitutto Mons. Domenico Cornacchia, mio fratello nell’episcopato, e tutti voi che siete qui presenti a questa celebrazione. Un pensiero beneaugurante giunga anche al nuovo vescovo, Mons. Domenico Basile, che farà il suo ingresso in diocesi fra due giorni.

È sempre difficile parlare di don Tonino senza correre il rischio di cadere nella retorica più banalizzante. Per questo voglio anzitutto immergermi con voi nel brano evangelico che questa liturgia ci ha donato e che io sintetizzerei così: smascherare gli equivoci.
Gesù, appena il giorno prima, aveva moltiplicato (o condiviso, spezzato, come amava dire don Tonino) il pane e, in qualche maniera, scompare. Non è sulla barca con i suoi discepoli, ma non è nemmeno rimasto sul luogo del miracolo. Allora la folla si mise “alla ricerca di Gesù”. Potrebbe sembrare una buona notizia: non è forse il motivo della vita cristiana mettersi alla ricerca di Gesù? Non è il massimo della spiritualità cercare il volto di Dio? Ma qui il Vangelo ci mette in guardia: anche la ricerca di Gesù ha bisogno di purificazione, di conversione. È tremenda questa possibilità: ci si può mettere alla ricerca di Gesù spinti anche da motivazioni non pure. Ecco perché il Maestro smaschera subito il primo equivoco: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”.
Gesù ci invita ad andare oltre, a guardare lontano, a purificare ed affinare la ricerca: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Ma in quel “Datevi da fare” è nascosto, subdolo, il secondo equivoco: la folla capisce che ci sono cose da fare, opere da compiere, azioni da mettere in atto, strategie da creare, maniche da rimboccarsi. E il Maestro continua a purificare la ricerca: “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato”. È la fede in Gesù Cristo l’opera di Dio! Ma cos’è la fede?
Voglio porre questa domanda direttamente a don Tonino.
Anzitutto per smascherare l’equivoco sulla sua persona, sul suo impegno, sulla sua spiritualità
Quante volte abbiamo visto don Tonino impegnato a “dividere il pane”! Cioè ad occuparsi di cose terrene, a servire l’umanità ferita, piagata, bisognosa di pace e di giustizia, a gridare per difendere la dignità di ogni uomo, soprattutto dei poveri! E quante volte questo è stato confuso, equivocato appunto, e si è accusato don Tonino di orizzontalismo, di riduzionismo antropologico! Oggi sento di poter dire ad alta voce, in questa Cattedrale in cui tante volte è risuonata la sua voce, che era le fede in Gesù Cristo, l’adesione al suo Vangelo, e non altro, a guidare ogni passo del suo impegno apostolico!
Don Tonino è stato anzitutto un uomo di fede! E ce lo ha dimostrato fino alla fine, quando nel tempo della malattia, ci ha fatto vedere come vive, come soffre e come muore un uomo di Dio.
Il 4 aprile 1993, sedici giorni prima di morire, dal letto del dolore vissuto e offerto, così scriveva a proposito del Calvario come sorgente della Fede (e scriveva Fede con la F maiuscola!): “Per quale motivo? Fede significa abbandono: Padre mio, mi abbandono a te”. Sul Golgota Gesù ha compiuto l’atto supremo di fede nei confronti del Padre. Sul Golgota risplende la fede di Maria che, quando Gesù emette l’ultimo sospiro, rimane l’unica a illuminare la terra per tutto il venerdì e il sabato santo. Bene, è il luogo della fede, il Calvario. Ma anche per noi il nostro piccolo calvario, quello che si racchiude nel perimetro di quattro pareti, deve essere il luogo della fede, della fiducia, del nostro abbandono in Dio”. E con coraggio evangelico ci esortava: “Non rassegniamoci. Consegniamoci, se mai. Il Venerdì Santo è il giorno della consegna: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Ed è anche il giorno in cui vogliamo fare un accaparramento grande di fede in modo da distribuirla a tutti coloro che ne hanno bisogno”. Allora per don Tonino, senza equivoci, fede è consegnarsi, arrendersi, entrare in una relazione di abbandono totale in Dio.
E della fede come abbandono parla anche in un dolcissimo testo mariano, quando si rivolge alla Vergine chiamandola donna obbediente: “Santa Maria, donna obbediente, tu che hai avuto la grazia di “camminare al cospetto di Dio”, fa’ che anche noi, come te, possiamo essere capaci di “cercare il suo volto“. Aiutaci a capire che solo nella sua volontà possiamo trovare la pace. E anche quando egli ci provoca a saltare nel buio per poterlo raggiungere, liberaci dalle vertigini del vuoto e donaci la certezza che chi obbedisce al Signore non si schianta al suolo, come in un pericoloso spettacolo senza rete, ma cade sempre nelle sue braccia”.
Ecco: la fede è esattamente questo cadere fra le braccia di Dio. Non è solo adesione della volontà e dell’intelletto ad alcune verità da credere, ma è relazione, profonda, amorevole, disponibile, obbediente con Gesù Cristo, riconosciuto nostro Salvatore. Fede è dinamica di chiamata e risposta: chiamata di un Dio teneramente innamorato dell’uomo e risposta dell’uomo capace di perdersi in quell’amore generante.
Questo è stato don Tonino: un uomo caduto nelle braccia di Dio.
La prima lettura ci ha presentato la figura di Stefano, preparandoci al suo martirio. E si è conclusa con queste parole: “Fissando gli occhi su di lui, videro il suo volto come quello di un angelo”.
Perdonatemi se mi lascio prendere dalla carica emotiva ed evoco per me e per voi il volto del nostro Venerabile: non è forse vero che tutti noi che lo abbiamo conosciuto abbiamo visto il suo volto come quello di un angelo? È stato un annunciatore forte e autentico delle esigenze etiche del Vangelo. Araldo della verità senza arroganza. Ambasciatore di pace senza tentennamenti. Un angelo, appunto. Uno che non si è stancato di portare il messaggio d’amore di Dio per l’umanità.
Caro don Tonino, ci manchi. Ci manca la tua parola coraggiosa e audace. Chissà cosa avresti detto dinanzi alla rinnovata incapacità dell’uomo a risolvere con il dialogo e non con la guerra i conflitti. Chissà come avresti tuonato dinanzi all’arroganza dei potenti che diventano prepotenti. Però ci resta la tua testimonianza, ci restano i tuoi scritti, ci resta la tua santità, ci resta la comunione che non è interrotta dalla morte. Aiutaci ancora, padre dei poveri, a liberarci dall’egoismo imperante. Sostieni, vescovo della pace, i passi degli uomini di buona volontà. Illuminaci con la tua fede, creatura innamorata di Dio, perché i cammini delle nostre chiese ritrovino gli entusiasmi dei ricominciamenti e gli slanci degli abbandoni. Aiutaci a cadere nelle braccia di Dio. Come hai fatto tu.
E per questo, dalla “tua” cattedra, dopo 33 anni, ti dico ancora una volta: Grazie, don Tonino, per la tua fede senza equivoci!”.
PREGHIERA
La tua voce aveva i calli
La tua voce aveva i calli,
Don Tonino,
perché non era voce d’altare,
ma quella di chi aveva conosciuto
il peso del mattone,
il freddo delle scale dei tuguri
e quella vergogna silenziosa
di chi chiede pane
e aspetta dietro una porta chiusa.
Tu sapevi la pace,
tu facevi la pace,
e sapevi che non si annuncia
con le trombe:
si impasta con le mani,
come quel pane dei poveri
con farina di sudore
e lievito di speranza.
Eri il convitato di pietra
alle tavole dei potenti:
non di pietra per durezza,
ma granitico, per il peso
di chi non era invitato:
i figli senza nome,
le madri di Sarajevo,
i ragazzi coi fucili in spalla
che non avevano scelto la guerra
ma non sapevano come smettere di marciare.
Eri il convitato di pietra
e tuttavia sorridevi
perché avevi scoperto un gran segreto:
il Vangelo non è cenere
ma brace sotto la neve.
Il tuo corpo era la tua prima, piccola, diocesi
quella che hai condotto con amore e
con la stessa cura di quella grande:
il tuo corpo malandato,
le cellule ribelli,
il dolore che ti ha scavato dentro
come un fiume scava la roccia
lentamente, inesorabilmente,
aprendo una gola nuova
dove poteva scorrere la luce.
Hai fatto del tuo sfiorire
un magistero senza cattedra.
Hai insegnato ai sani
che la fragilità non è difetto del progetto
è il progetto stesso.
Hai mostrato che si può morire
con grazia e dignità
come chi sa che oltre la curva del dolore
c’è una luce di speranza che aspetta quel buio
per potersi rivelare.
Don Tonino,
adesso che sei dall’altra parte del mattino,
insegnaci a fare la pace
come atto di coraggio estremo
la pace che costa,
la pace che fa paura,
la pace che obbliga
a guardare negli occhi il nemico
e riconoscervi un fratello
che non sapeva di esserlo.
Insegnaci la tua arte antica,
quella di fare del corpo un altare,
del dolore un canto,
di una terra straniera una patria
col profumo dei limoni.
Insegnaci a sederci
sulle rive del dolore altrui
senza la fretta di consolarlo,
a restare lì, presenti,
prescelti,
come si resta vicino a un fuoco
sapendo che scalda
anche quando non si vede più la fiamma.
Insegnaci a costruire cattedrali
con le pietre di scarto e di inciampo,
quelle che gli architetti del potere
hanno rigettato
hanno distrutto,
perché in esse
abita uno spigolo di verità
che nessuna pietra levigata
può contenere.
Oggi, trent’anni e tre dopo il tuo tramonto,
in aprile,
sappiamo che la morte
non ti ha finito
ti ha semplicemente
tolto il limite.
Buon compleanno, Don Tonino.
Buon dies natalis
giorno in cui sei nato
alla tua forma definitiva,
quella che il Padre immaginava
per te,
ancora prima che tu nascessi per la prima volta
in questo mondo così bello
e così ferito.
Tu che sei:
tutto luce,
tutto voce,
tutto pace.
















