Viviamo un’epoca di grandi cambiamenti. Quello che è oggi, domani non sarà più e dopodomani chissà.
Si parla di evoluzione pure dinanzi ad autentici, inoppugnabili sgorbi.
E qui mi sia consentita una parentesi molto lunga su Piazza XX Settembre, totalmente sbagliata dal primo all’ultimo millimetro e il sottoscritto lo ha sottolineato pure quando i lavori erano ancora in corso. A tutti coloro che ancora oggi la difendono con sprezzo del ridicolo, sottopongo questo paragone. Mettiamo che qualcuno ci convinca che l’auto che abbiamo non è più buona e ce ne propongano una nuova. Si accetta senza possibilità di scelta. Poi, alla fine di mesi e mesi di attesa, il concessionario si presenta con l’automobile nuova tutta malconciata di ammaccature e graffi. Nessuno, ma proprio nessuno accetterebbe di prendersela. Punto.
Chiuse parentesi, discussioni e speranze. Veniamo al dunque.
Nei giorni scorsi, è venuta fuori la notizia che vedeva a rischio una dimora storica della per noi eterna Marina di Bitonto: le ruspe minacciavano di azzerare Villa Giordano a Santo Spirito (ovvero la risorgimentale Villa Cioffrese). In men che non si dica, si è registrato l’intervento congiunto del sindaco Vito Leccese e della soprintendente Francesca Romana Paolillo a tutela del patrimonio storico-architettonico e della memoria, cosa che ha, per ora, scongiurato il pericolo.
Nella lettera, il primo cittadino barese ha richiamato l’attenzione sul “valore storico, architettonico e identitario della villa, realizzata nella prima metà del Novecento, che, insieme alle altre ville coeve e ai giardini circostanti, costituisce un elemento distintivo del paesaggio costiero e della memoria urbana del quartiere“.
Allora, la mente non poteva non tornare indietro a quanto accadde qualche anno fa, quando fu demolito il Casino Schiraldi, all’intersezione fra via XXIV Maggio e l’inizio di via Verdi.
Subito, innamorato com’ero di quelle melodiose linee Liberty quasi disegnate dal vento, fui tacciato d’essere un bieco, anacronistico misoneista nel momento in cui implorai chi di dovere affinché intervenisse o quanto meno si trovasse una soluzione di compromesso.
In tanti, crollarono le spalle, allargarono le braccia, sospirarono un pilatesco “non si può far nulla, è proprietà privata“.
Oggi, che lì, al posto di quella meraviglia in foto, vi campeggia uno sconfinato blocco di cemento armato – ah, la modernità! – scopro con profonda amaritudine che sì, era vero, trattavasi di sacrosanta proprietà privata, ma, forse, qualcosa in più si poteva fare. Eccome se si poteva fare.
Quanta sconsolata tristezza…
















