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Il Reportage/Il mulino che rimette in moto le mani

Viaggio dentro il metodo ergoterapeutico di Comunità Incontro, ad Amelia

La Redazione by La Redazione
21 Agosto 2026
in Cronaca
Il Reportage/Il mulino che rimette in moto le mani
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Di Angelo Palmieri

Il rumore, la prima cosa che si nota a Molino Silla, non è un rumore di città. È un battito di attrezzi, il fruscio di una vanga nella terra, il legno che viene levigato in un laboratorio, voci che si sovrappongono senza fretta. Siamo ad Amelia, tra le colline umbre a metà strada tra Terni e il Tevere, in quello che un tempo era davvero un mulino e che oggi trasforma qualcos’altro: il tempo spezzato di centinaia di persone che qui, ogni anno, provano a rimettersi in piedi.

È il cuore storico di Comunità Incontro, una delle realtà italiane più note nella cura delle dipendenze, fondata da don Pierino Gelmini a partire da un incontro avvenuto nel 1963 in piazza Navona, a Roma, con un ragazzo di nome Alfredo, segnato dalla tossicodipendenza. Da quell’incontro, che dà alla comunità il suo stesso nome, nacque un’intuizione che sarebbe diventata un metodo: prima di tutto, guardare negli occhi chi la società preferisce non vedere. Il primo centro vero e proprio aprì i battenti nel 1979, proprio qui, in un vecchio mulino abbandonato che don Pierino acquistò e rimise in sesto con le proprie mani, prima ancora che con i fondi.

Oggi, a più di dieci anni dalla morte del fondatore, a guidare la struttura operativa della comunità è Giampaolo Nicolasi, capostruttura di Comunità Incontro: è lui che, insieme all’équipe multidisciplinare coordinata dalla psicoterapeuta Tania Fontanella, ha il compito di tenere in vita un’eredità che non è fatta solo di regole, ma di un’idea molto precisa di cura. Chi lo incrocia nei laboratori o nei campi racconta di un uomo che preferisce camminare tra le persone piuttosto che restare dietro una scrivania: la continuità con lo stile di don Pierino, dicono in comunità, si vede più nei gesti quotidiani che nei discorsi.

Curare con le mani, non solo con le parole

Al centro di tutto c’è l’ergoterapia, che qui non è un dettaglio del programma ma il programma stesso. Il termine, che unisce il greco “ergon” (lavoro, azione) e “therapeia” (cura), descrive un’idea antica quanto semplice: il lavoro manuale, fatto con un ritmo, con uno scopo e dentro una comunità di persone, può ricostruire ciò che la dipendenza ha smontato — la capacità di portare a termine un compito, di fidarsi di sé, di stare dentro un orario, di sentirsi utili a qualcun altro oltre che a se stessi.

Le giornate a Molino Silla e nelle altre strutture della rete — oggi accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale su quattro aree di specializzazione: pedagogica, terapeutica, riabilitativa e per la comorbidità psichiatrica — sono scandite da laboratori artigianali e da attività agricole. Non è un caso che la comunità porti spesso la propria esperienza di ergoterapia fuori dai propri confini, come accaduto in occasione di eventi dedicati al mondo agricolo a Roma: la terra, qui, non è uno sfondo bucolico, è uno strumento terapeutico a tutti gli effetti. Dissodare un campo, curare un orto, restaurare un mobile, cuocere il pane: sono gesti che restituiscono a chi li compie una misura del tempo diversa da quella, dilatata e ansiogena, in cui la dipendenza li aveva intrappolati.

Una lettura sociologica: il lavoro come legame, non come condanna

C’è una domanda che vale la pena porsi guardando da fuori un luogo come questo: perché proprio il lavoro delle mani, in un’epoca che sembra avere smarrito il contatto fisico con la materia, dovrebbe curare qualcosa che la psiche ha rotto? La risposta, forse, sta nella natura stessa della dipendenza, che raramente è solo una questione chimica: è quasi sempre anche una frattura del legame sociale, un isolamento che si consuma prima nella famiglia, poi nella scuola o nel lavoro, infine con se stessi. Le società contemporanee, sempre più orientate verso relazioni mediate da uno schermo e verso un’idea di produttività astratta e immateriale, hanno reso ancora più rara l’esperienza di un lavoro condiviso, visibile, dal risultato tangibile.

L’ergoterapia, in questo senso, non insegna soltanto un mestiere: ricostruisce un’appartenenza. Chi pianta un albero in comunità sa che qualcun altro lo innaffierà quando lui non ci sarà, e questo — il fatto che il proprio gesto si intrecci con quello di un altro — è già una piccola pedagogia della fiducia. Il sociologo potrebbe chiamarla “riabilitazione del legame sociale attraverso il lavoro cooperativo”; chi vive Molino Silla la chiama, più semplicemente, tornare a far parte di qualcosa.

C’è un’immagine che torna, quasi da sola, camminando tra queste mura di pietra che un tempo servivano davvero a macinare grano. Il grano duro, per diventare farina, deve passare sotto una pietra pesante, deve essere schiacciato, sfaldato, reso altro da sé. Non è un processo gentile. Ma è proprio da quella pressione che nasce ciò che nutre. Le storie che si intrecciano a Molino Silla — e nelle altre case della rete di Comunità Incontro sparse in Italia e nel mondo — assomigliano a quel grano: arrivano spezzate, e qui non si promette di tornare intere come prima. Si promette, piuttosto, di diventare pane: qualcosa di nuovo, capace di nutrire prima se stessi e poi, spesso, anche altri.

Non a caso molti tra chi ha attraversato il percorso terapeutico tornano, anni dopo, a raccontare la propria storia ai più giovani: lo si è visto nelle recenti giornate di sensibilizzazione promosse dalla comunità, negli incontri con le scuole, persino nelle visite istituzionali — dal Quirinale alle società sportive del territorio, come la Ternana, che negli ultimi mesi ha scelto di stringere un legame diretto con i ragazzi di Amelia. È un altro modo, questo, di applicare lo stesso principio dell’ergoterapia: restituire un compito, una responsabilità, un posto nel mondo.

Una comunità che non ha smesso di lavorare

A più di sessant’anni da quell’incontro in piazza Navona, e a più di un decennio dalla scomparsa del suo fondatore, Comunità Incontro continua a misurare la propria identità non nei proclami ma nei gesti ripetuti ogni giorno: un attrezzo che passa di mano, un campo arato, un laboratorio che apre alle otto del mattino. Sotto la guida di Giampaolo Nicolasi, quella macina di pietra — reale e insieme metaforica — continua a girare.

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