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Home » Il Reportage di Lorenzo Scaraggi/Vostok. Road to Cappadocia 2013. Verso l’ombelico del mondo

Il Reportage di Lorenzo Scaraggi/Vostok. Road to Cappadocia 2013. Verso l’ombelico del mondo

Secondo capitolo del bellissimo viaggio

Lorenzo Scaraggi by Lorenzo Scaraggi
16 Settembre 2013
in Cronaca
Il Reportage di Lorenzo Scaraggi/Vostok. Road to Cappadocia 2013. Verso l’ombelico del mondo
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Delfi 6 settembre, 11 di
sera.

Per quanto tu possa essere
un Ulisside inquieto, per quanto i piedi ti possano bruciare ogni volta che
smetti di andare, per quanto lo status di viaggiatore sia quello che più si
addice al tuo modo di respirare, tornare in Grecia è sempre un po’ come tornare
a casa.

È un po’ come quando torni
a casa e ti togli le scarpe.
E tiri un sospiro di sollievo, finalmente.

Una volta ho letto un articolo
di Hemingway, quando durante la seconda guerra mondiale era corrispondente per
l’Esquire, credo.
Hemingway aveva passato buona parte della sua gioventù vivendo la festa mobile
di Parigi, eppure nel momento in cui al seguito delle truppe americane salì su
una collina nei pressi della capitale francese e la rivide ebbe un tuffo al
cuore.

Parlava di Parigi come di
una vecchia amante che un po’ è stata la vecchia amante di molti ma che alla
fine era lì e ti aspettava bonaria e maliziosa, facendoti credere di essere
stata solo tua, sapendo di mentire. Credo dicesse così quell’articolo.

Ebbene la Grecia ti fa
quasi lo stesso effetto, solo che è meno maliziosa e più che un’amante potrebbe
essere la zia che ti ha regalato i primi libri, che ti ha insegnato i gusti e i
profumi che fanno parte del tuo vissuto Mediterraneo; la zia che ti ha
insegnato a non vergognarti se scrivi poesie ma anche che se fai a botte devi
essere certo di uscirne vincitore, anche quando le prendi.

Patrasso è una delle città
più grandi e caotiche della Grecia, eppure per certi versi incarna lo spirito
reale della Grecia stessa.
Si, gli stereotipi ci stanno tutti quando vuoi parlare della Grecia: ok l’ouzo
e le persiane azzurre e le capre e tutto il resto.
Ma nella bruttezza di Patrasso, come in quella di Atene, risiede la vera
essenza della Grecia.
Auto ovunque, palazzoni sporchi, chiesette medievali accanto a centri
commerciali, sporcizia per strada.
Ma c’è dell’altro.
L’altero ed antiquato comportamento bizantino, l’elegante scaltrezza veneziana,
lo sguardo sfuggente e lento del sangue turco fanno da corollario e corroborano
il carattere caparbio eppure delicato del popolo greco e di conseguenza delle
sue città.
In un bar, a Patrasso, chiacchiero con un ragazzo circa la crisi economica.
Mi risponde “non abbiamo paura. Non ci hanno piegato né dominazioni né
dittature. Le banche un giorno crolleranno ma la vera ricchezza della Grecia
non ce la toglieranno mai”.

Ecco cosa amo di questa
terra: quella ricchezza latente, quell’essenza che si ritrova in ogni gesto, in
ogni parola, la poesia.
In queste terre trenta secoli fa, poeti guerrieri pastori contadini navigatori
scrivevano racconti epici e poesie d’amore.
Questo mi basta per sentirmi a casa tutte le volte che passo da queste parti,
per togliermi le scarpe e camminare a piedi nudi e pensare che senza la poesia
di quei pastori, il Mediterraneo, l’Europa, sarebbero sicuramente state un po’
più povere.

Prendiamo la strada per
Delfi.
Uliveti floridi con rami stracarichi di foglie si alternano a coste brulle e
aride.
La strada che percorriamo lambisce il golfo di Corinto per un po’.

Poi iniziamo a salire.

Il Vostok sbuffa pigramente
mentre si arrampica lungo le stesse strade che hanno percorso decine di
migliaia di pellegrini, poveri e ricchi, re, nobili, pezzenti, poeti,
imperatori che si recavano dalla Pizia per ascoltare le sue divinazioni, i suoi
deliri.
Si dice che Delfi fosse considerato l’ombelico del mondo, l’omphalos.

Pare che Zeus avesse
liberato due aquile agli antipodi della terra e che il loro volo si fosse
incrociato proprio sopra Delfi.

Il centro del mondo.

Oggi sappiamo che Delfi non
è il centro del mondo e sappiamo anche che i deliri della Pizia erano
determinati da metano o qualcosa del genere che fuoriusciva dalla terra
provocando le allucinazioni.

Naturalmente a me piace
pensare che Delfi sia a modo suo il centro del mondo, magari di un mondo che
non esiste più e che probabilmente la Pizia, sebbene drogata, qualche potere ce
l’avesse.
Se non altro quello di spingere gli uomini a compiere il proprio destino, in un
modo o nell’altro.

La storia più nota che
parla dell’ambiguità dei suoi responsi racconta di quando la vecchia indovina
disse a re Creso di Lidia che se avesse combattuto contro Ciro il grande
avrebbe distrutto un grande impero.
Re Creso attaccó sicuro della vittoria ma distrusse il proprio, di impero.
Eppure senza l’ambiguità di quella divinazione probabilmente il re non si
sarebbe mai mosso e non sarebbe andato incontro al proprio destino.
Domani saremo presso la roccia della Pizia.
Con l’aiuto di Apollo proveremo a immaginare cosa ci avrebbe detto l’indovina
se fossimo passati da quelle parti col Vostok duemila anni fa.
Una cosa è certa: nonostante l’ambiguità delle sue divinazioni, qualunque cosa
avesse detto, noi saremmo andati incontro al destino continuando il nostro
viaggio.

La strada per la Cappadocia
è ancora lunga.

Il viaggio continua.

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Tags: Cappadociavostok
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