Immagine

WEB PROJECT MANAGER
Alessandro Intini

sabato, 17 Gennaio, 2026
No Result
View All Result
Immagine

DIRETTORE DA BITONTO
Mario Sicolo

DaBitonto.com
  • Home
  • Cronaca
  • Politica
  • Cultura e Spettacolo
  • Sport
  • Aziende
  • Rubriche
DaBitonto.com
  • Home
  • Cronaca
  • Politica
  • Cultura e Spettacolo
  • Sport
  • Aziende
  • Rubriche
No Result
View All Result
DaBitonto.com
No Result
View All Result

Home » Il pedaggio del dolore. Storie di pugliesi che si trasferiscono altrove per curarsi

Il pedaggio del dolore. Storie di pugliesi che si trasferiscono altrove per curarsi

Non chiamatela emergenza: è l’architettura del sistema sanitario che costringe chi già è fragile ad un doppio esilio. E la politica deve darsi da fare 

La Redazione by La Redazione
5 Dicembre 2025
in Cronaca
Il pedaggio del dolore. Storie di pugliesi che si trasferiscono altrove per curarsi
Condividi con FacebookCondividi con WhatsappCondividi via Email

DI ANGELO PALMIERI

Arrivo che è ancora buio. Il Gemelli, poco distante, è una costellazione di luci accese: il dolore non conosce orari. Io, sociologo in trasferta, per qualche giorno dormirò in un istituto di religiose, una di quelle case silenziose che punteggiano i quartieri attorno ai grandi ospedali. Mi metto in fila per la stanza, ma qualcosa mi trattiene. Mi siedo su una sedia nell’atrio e resto lì, fermo, come se il mio turno potesse aspettare. Cominciano ad arrivare gli altri: non sono “ospiti”, sono corpi stanchi in movimento forzato.

Non arrivano: atterrano. Come stormi senza nido. Accenti meridionali che si intrecciano: Campania, Puglia, Calabria, Sicilia. Ognuno con il suo bagaglio e il suo referto; ognuno con una diagnosi che non lascia alternative: o parti, o ti arrangi. Penso a che viaggio è stato: ore di treni notturni, pullman improvvisati, macchine sovraccariche di valigie e di paura.

Le mani sono gonfie per le borse sollevate troppe volte, le caviglie segnate da calze ortopediche e chilometri di corridoi, le giacche hanno ancora addosso l’odore di vagoni affollati. Sui volti si legge la mappa del tragitto: occhi arrossati da notti in carrozza, barbe non fatte, capelli arruffati. È il corpo a raccontare il viaggio, prima ancora delle parole.

Mi colpisce un uomo con la cannula nel naso. Respira corto, faticosamente. La prima frase che pronuncia non è una lamentela, ma una preghiera concreta: «Posso fare subito una doccia calda? Oggi inizio la chemio».

Poco accanto a lui, una bambina con una chioma nera, fittissima, tiene stretta una bambola. Corre verso la macchinetta delle bevande, cerca uno snack caldo. La madre la blocca dolcemente: «Dopo, amore. Prima dobbiamo andare a fare un giochino con una dottoressa-fata, ti ricordi? Col braccino…».

Gli occhi della bambina, neri e lucidi, incrociano i miei. Mi fumano addosso. Mi interrogano. Mi tolgono il fiato, già corto di suo. In quell’atrio, la migrazione sanitaria smette di essere una formula tecnica: diventa vita nuda che trema, economie familiari allo stremo, solitudini sradicate.

Migrazione sanitaria: non una scelta, ma un obbligo

Se volessimo raccontarla solo con i numeri, la storia sarebbe già scandalosa. Nel 2022 la migrazione sanitaria ha raggiunto il livello record di 5,04 miliardi di euro. La direzione è sempre la stessa: dal Sud al Nord. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto assorbono la quasi totalità del saldo attivo; Abruzzo, Calabria, Campania, Sicilia, Lazio e Puglia concentrano la gran parte del passivo.

Significa che intere aree del Paese sono chiamate a saldare un doppio conto: finanziano un servizio sanitario regionale che spesso non garantisce le cure necessarie e poi devono sborsare ancora per farsi assistere altrove, spostando miliardi verso le regioni più forti. La migrazione sanitaria non è “turismo sanitario”: è esodo sanitario. È la spia di una frattura Nord-Sud che non è più un semplice divario, ma una spaccatura strutturale del sistema sanitario pubblico.

Un SSN definanziato, famiglie più povere

Dentro questa frattura, il Servizio Sanitario Nazionale perde ossigeno. Tra il 2010 e il 2019 oltre 37 miliardi di euro sono stati sottratti alla sanità pubblica tra tagli e minori risorse rispetto al programmato. Nel frattempo, la spesa privata corre.

Nel 2024 la spesa “di tasca propria” delle famiglie raggiunge circa 41 miliardi di euro, intorno al 22% della spesa sanitaria complessiva, ben oltre il 15% indicato dall’OMS come soglia di sicurezza. Oltre quella soglia, il diritto alla cura si piega: diventa selettivo, classista.

Se strizziamo i dati fino all’osso, resta una verità brutale: milioni di persone lasciano le cure sul tavolo, e una parte consistente non perché la medicina non possa aiutarle, ma perché il portafoglio glielo proibisce.

Dietro quella contabilità spietata ci sono volti molto simili a quelli che ho visto in quell’atrio: c’è chi ha già bruciato tutti i risparmi, chi non può permettersi altri giorni di lavoro persi, chi non ha nessuno che lo accompagni in un’altra città, chi, semplicemente, non riesce a sostenere il prezzo di tanta sofferenza.

I conti spietati della povera gente

L’istituto dove mi trovo è sobrio, dignitoso, non di lusso. La retta è considerata “contenuta”: 50 euro al giorno con un pasto incluso. I conti, però, parlano da soli. Cinquanta euro al giorno per quindici giorni di cura significano 750 euro solo per il soggiorno; se il ciclo ti costringe a fermarti un mese, sfiori facilmente i 1.500 euro. E non è finita lì. A quella cifra vanno aggiunti i viaggi di andata e ritorno, i pasti che non rientrano nella retta, i permessi non retribuiti dal lavoro, le spese che continuano a correre a casa: l’affitto, le bollette, i figli da mantenere. In poco tempo, la cartella clinica si accompagna a un conto economico che molti semplicemente non possono reggere.

Per un nucleo con reddito medio-basso, un ciclo di cure può trasformarsi in un indebitamento programmato. Accanto alle case religiose – che spesso offrono un’accoglienza autentica, quasi materna – prospera però un’economia parallela fatta di affittacamere, B&B, stanze in subaffitto, navette improvvisate che orbitano attorno ai grandi poli sanitari. Non tutto è speculazione, certo, ma sarebbe ingenuo fingere di non vedere il rischio: listini che si gonfiano nei periodi di maggiore afflusso, prezzi che raddoppiano rispetto a quartieri poco più lontani, tariffe che sembrano dimenticare che chi bussa non è un turista in vacanza, ma qualcuno che ha paura.

È qui che l’ingiustizia sociale si fa quasi oscena: la malattia diventa occasione di profitto, e le lacrime finiscono, silenziose, dentro i bilanci di microeconomie di quartiere che campano sulla necessità di curarsi lontano da casa.

Esiliati due volte

C’è un costo che non compare in nessun bilancio: la solitudine. Questa carovana obbligata della della cura sradica le persone per settimane, a volte per mesi interi. Le strappa ai contesti familiari, spezza routine e legami, le sospende in un tempo rarefatto fatto di attese e corridoi. Pazienti e caregiver si ritrovano così a reggere una fatica emotiva che di rado trova davvero ascolto.

Si muore – talvolta – di un colon che si spegne, di polmoni che si riempiono d’acqua, di midolli che impazziscono e cambiano nome in leucemia. Ma prima, troppo spesso, si muore di isolamento: notti in stanze che non sono casa, soffitti estranei fissati nel buio, ansie che non trovano parole perché i familiari sono lontani o troppo stanchi per reggere, nessun supporto psicologico, nessuno che aiuti a dare un nome alla paura.

Che cosa può (e deve) fare la politica

Non basta commuoversi davanti agli accenti meridionali nei corridoi delle grandi cliniche: le lacrime, da sole, non cambiano i decreti. Serve una politica che giri davvero la chiave nei meccanismi, non solo nel lessico. Servono almeno tre scelte, chiare e riconoscibili, per smettere di raccontare questo pellegrinaggio forzato della cura come una fatalità.

La prima: istituire un fondo nazionale per chi è costretto a partire, riconoscendo che non si tratta di un capriccio ma di una necessità. Un fondo stabile che copra viaggio e alloggio delle famiglie a basso reddito, con criteri semplici e trasparenti: non contributi simbolici, ma rimborsi veri. È indecente che miliardi di euro viaggino tra le Regioni mentre chi si sposta non ha nemmeno un paracadute economico minimo.

La seconda: introdurre tariffe sociali attorno ai poli di cura, perché nei quartieri delle grandi cliniche non può valere la giungla della “libera offerta”. Servono accordi vincolanti tra istituzioni, aziende sanitarie, Terzo Settore e strutture ricettive: prezzi calmierati, mappati e pubblici. Chi guadagna dalla sofferenza altrui deve muoversi dentro confini etici chiari: non è burocrazia, è il nome civile della vergogna che vogliamo evitare.

La terza: fare in modo che case di accoglienza e sportelli di prossimità diventino parte integrante della cura. Non appendici volontaristiche, ma stanze riconosciute del servizio sanitario: luoghi in cui qualcuno ti orienta, ti ascolta, ti aiuta a reggere il peso di quel viaggio. Piccoli argini umani contro la trasformazione del malato in una pratica da smaltire.

Non chiamatela emergenza: è l’architettura del sistema

Quello che vedo, aspettando le chiavi della mia stanzetta francescana, non è un incidente di percorso, ma un impianto stabile. È un sistema sanitario definanziato che scarica sempre di più sul portafoglio delle famiglie; è un Sud costretto a esportare malati e miliardi; sono città-ospedale trasformate in crocevia di un’economia del dolore; sono uomini e donne che rinunciano alle cure perché non possono permettersi un treno, un letto, un pasto. In mezzo, lo Stato arranca. La politica commenta, si divide, convoca tavoli, ma di rado mette mano agli ingranaggi che producono queste ingiustizie.

Questo testo non è neutrale: è un piccolo atto di resistenza civile. L’articolo 32 della Costituzione non può restare un santino da citare ai convegni. O lo si difende anche lì dove la sofferenza diventa business – nei quartieri sanitari, nelle case di accoglienza, negli affitti brevi gonfiati – oppure il diritto alla salute si rovescia: da scudo comune a privilegio per chi può pagare il pedaggio.

Penso al signore con la cannula nel naso, alla bambina dagli occhi neri, alle loro notti sradicate e alle bollette che intanto continuano a scadere. Quante vite dovranno ancora essere messe in conto come spese accessorie prima che chi governa ammetta che non è destino cieco, ma mano sua? Continueremo a chiedere ai malati di pagare due volte: la diagnosi e il viaggio, il letto e la solitudine. E allora smettiamola di raccontarci di essere un Paese umano: siamo un Paese che mette a bilancio il dolore e firma la resa della propria Costituzione con una ricevuta fiscale.

Tags: sanità pubblica
Articolo Precedente

Liberi: “Dopo la felicità per la vittoria alle Regionali, ora nel centosinistra esplode la preoccupazione per l’amministrazione comunale”

Prossimo Articolo

Geroglifici nella Foresta Amazzonica

Related Posts

investire
Cronaca

Tentò di investire tre poliziotti. Arrestato pregiudicato bitontino

17 Gennaio 2026
Carburante, agricoltura a rischio paralisi. Damascelli denuncia gravi disservizi piattaforma Seia Regione
Cronaca

Carburante, agricoltura a rischio paralisi. Damascelli denuncia gravi disservizi piattaforma Seia Regione

17 Gennaio 2026
Olio
Comunicato Stampa

Coldiretti Puglia: “Ue spalanca le porte all’olio tunisino, ma chiude gli occhi sui controlli”

16 Gennaio 2026
coldiretti puglia
Comunicato Stampa

Click day. Coldiretti Puglia: “Disponibili subito 30mila quote per le Province”

16 Gennaio 2026
17 gennaio 1906, a Bitonto. Fra trasgressione e devozione, ecco il Carnevale
Cronaca

17 gennaio 1906, a Bitonto. Fra trasgressione e devozione, ecco il Carnevale

16 Gennaio 2026
mobilità
Comunicato Stampa

“Mobilità non è un servizio accessorio, ma è essenziale per tanti altri diritti fondamentali”

15 Gennaio 2026
Prossimo Articolo
Geroglifici nella Foresta Amazzonica

Geroglifici nella Foresta Amazzonica

Notizie dall'Area Metropolitana

giochi
Notizie dall'Area Metropolitana

Quarantotto ore per creare giochi. A Bari, arriva la creatività con la Global Game Jam

by Michele Cotugno
16 Gennaio 2026

Il collettivo Games Invaders, con la collaborazione del Dipartimento di Informatica (DiB) dell’Università degli Studi di Bari “A. Moro”, dal...

Leggi l'articoloDetails
Impianti termici

Istituti scolastici superiori: la Città Metropolitana rafforza il coordinamento degli interventi sugli impianti termici

14 Gennaio 2026
Antonio Decaro proclamato presidente della Regione Puglia

Antonio Decaro proclamato presidente della Regione Puglia

8 Gennaio 2026
Civili contro incivili: il nuovo spot Sanb racconta la sfida quotidiana per la bellezza della nostra città

Civili contro incivili: il nuovo spot Sanb racconta la sfida quotidiana per la bellezza della nostra città

2 Gennaio 2026
vincenzo bellini

“Oltre Lirica Music Festival”, omaggio a Vincenzo Bellini

28 Dicembre 2025

Rubriche

Putignano Storia, tradizioni e bellezza
Al cuore del Sud. Tra borghi e percorsi

Putignano Storia, tradizioni e bellezza

by Marino Pagano
17 Gennaio 2026

Conosciuta nel mondo per il suo Carnevale, Putignano è una cittadina ricca di storia, arte e autenticità. Un luogo da...

La Santa Sindone di Torino Parte II

La Santa Sindone di Torino Parte II

16 Gennaio 2026
DaBitonto.com

Privacy Policy Cookie Policy

Follow Us

  • Il Progetto
  • Redazione
  • La tua pubblicità
  • Contatta la redazione

© 2024 daBITONTO / Gruppo Intini srl - P.IVA 07183780720 Testata giornalistica – Reg. stampa n.684/2013 Tribunale di Bari
powered by Comma3

No Result
View All Result
  • Home
  • Cronaca
  • Politica
  • Cultura e Spettacolo
  • Sport
  • Aziende
  • Rubriche

© 2024 daBITONTO / Gruppo Intini srl - P.IVA 07183780720 Testata giornalistica – Reg. stampa n.684/2013 Tribunale di Bari
powered by Comma3