È certamente una stella che brilla nel panorama del fotogiornalismo contemporaneo: capelli bianchi lisci e lunghi, sguardo profondo e intelligente, volto solcato da rughe disegnate dallo scorrere inesorabile del tempo.
Ugo Panella, fotoreporter di guerra, da più di quarant’anni ci racconta attraverso le sue intense foto povertà, forme di violenza, condizioni di vita estreme, guerre che si sono avvicendate dagli anni Settanta ad oggi, spostandosi dall’America Latina al Medio Oriente, dall’Asia all’Africa con coraggio e determinazione.

Una vita in viaggio per immortalare a colori o in bianco e nero storie umane, volti, sguardi, istanti di vita e di storia del mondo, le terribili ingiustizie, gli atti di crudeltà.
Un lavoro estremamente impegnativo, che ha sempre messo negli anni a dura prova la sua fisicità, ma soprattutto la sua emotività, lui questo mestiere lo rifarebbe nuovamente altre cento volte, perché per Ugo documentare certe pagine della vita dell’uomo su questa terra è importante. Attraverso la sua fotografia, ha dato e continua a dare voce a chi ha subito e vissuto l’orrore, le violenze atroci senza potersi salvare né difendere in alcun modo.
Le immagini che portano la sua firma lasciano senza fiato chi le osserva, tragedie, corpi mutilati, volti sfigurati, vite negate, espressioni che non vorremmo mai vedere stampate sulle facce di nessuno, occhi intrisi di un dolore difficile da descrivere a parole.

Donne, uomini, giovani, anziani, bambini fotografati sempre però con quel giusto garbo, che non ha mai privato i vari soggetti della loro dignità, usando la sua arte come una grammatica con cui scrivere vicende umane attraverso il suo sguardo, senza aspettare che altri lo facessero attraverso la Tv o i giornali.
Ugo ha sentito di intraprendere questo percorso di vita professionale intorno alla fine degli anni Settanta, avvertendo la necessità di documentare le guerre civili che in quegli anni affliggevano il Centro America, Nicaragua, Guatemala, Salvador.
Prima di diventare fotogiornalista di denuncia e di impegno civile, Panella era un giovane aitante che praticava sport agonistico, atleta della nazionale dí scherma, all’epoca, viaggiando molto aveva la possibilità di scoprire nuovi luoghi, puntualmente avvertiva l’esigenza di dare voce all’identità dei posti che conosceva e alla gente che li abitava. “Prese piede” dentro di lui sempre di più una grande passione per il racconto umano, scelse dunque di mettere in pratica tutto questo tramite la fotografia, con autenticità e trasporto, abbandonando le sue ambizioni in campo sportivo fino ad allora coltivate.

Sono tante le sue foto che invitano a profonde riflessioni, si rivelano testimonianze cruciali di una durissima verità posta davanti agli occhi di chi è lontano geograficamente da quei luoghi martoriati dai conflitti dove è devastante la sofferenza di tantissimi esseri umani innocenti, occhi di spettatori che non sanno davvero perché non vedono da vicino e non sentono con le proprie orecchie.
Le sue immagini, un mezzo potente, incisivo, attraverso il quale diffondere il più possibile la cultura della Non violenza, della tolleranza, educando ad avere rispetto per tutti gli esseri umani, invitando le persone, nessuno escluso ad interrogarsi sulle responsabilità e le varie cause delle tante guerre nel mondo che non dovrebbero mai accadere.
È stato particolarmente emozionante ascoltare e conoscere Ugo Panella, in occasione dell’incontro interattivo con gli studenti che ha avuto luogo a Bitonto nella sede del Liceo Scientifico Galileo Galilei, organizzato dal Circolo Fotografico Bitonto – CFB; i giovani erano numerosi, molto interessati e sono intervenuti tra domande e confronti costruttivi.
Il progetto di Panella invita a rallentare lo sguardo, ponendo l’attenzione sul ruolo saliente della fotografia come responsabilità civile nonché testimonianza veritiera, senza mai smettere di credere in un mondo migliore nonostante le enormi ingiuste brutture e i conflitti che purtroppo ancora attualmente attanagliano, tormentano il nostro pianeta.
Ecco la sua lezione: siate sempre “L’altra Umanità“, guardate oltre la superficie.
















