«Servono pressioni efficaci sul governo israeliano tra cui lo stop al rifornimento di armi e agli accordi commerciali. Ben venga l’esclusione di Israele dalla Fiera del Levante».
Ci risponde così il giornalista e scrittore Gad Lerner, intervistato in occasione della sua visita in Puglia. Il 31 agosto, infatti, sarà a Bisceglie, al festival letterario “Libri nel Borgo Antico”, per presentare il libro “Gaza – Odio e amore per Israele”. Un libro con cui l’autore punta a superare gli stereotipi delle opposte fazioni, che altro non sono che il triste preludio di ogni guerra.
Quanto pesa la tragedia di Gaza sul suo rapporto con lo stato ebraico?
«Gaza è diventata un simbolo, un luogo di schieramento mondiale in cui spirito di appartenenza e sentimenti pesano tantissimo e provocano semplificazioni e schemi pericolosi. Quella in corso è diventata di fatto la guerra tra l’Occidente e il sud globale, tra l’uomo bianco e l’uomo dalla carnagione scura, tra i paesi ricchi e quelli poveri. Ma, se fosse d’avvero così, sarebbe la prefigurazione di un incubo. Noi occidentali bianchi, privilegiati dobbiamo schierarci con chi oggi viene massacrato per scongiurare lo schema di una guerra di civiltà che, oggi, è diventata guerra di inciviltà».
Dopo la tragedia ancora in corso, dopo il silenzio sui crimini perpetrati da Israele, l’Occidente potrà ancora mantenere una sua credibilità e dare lezioni di democrazia?
«Credo che l’Occidente non esista più come nozione politica e culturale. La frattura fra Europa e Stati Uniti è destinata ad allargarsi. Per quanto riguarda Gaza e il rapporto con lo stato israeliano, le classi dirigenti occidentali hanno fallito. Hanno cinicamente aspettato, voltando la testa e facendo finta di non sapere quale fosse il reale progetto di Tel Aviv, ossia rendere inabitabile Gaza e impedire la nascita della nazione palestinese. Hanno considerato quanto sta accadendo un lavoro sporco che qualcuno doveva pur fare. C’è anche chi ha avuto la spudoratezza di dichiararlo esplicitamente, come il cancelliere tedesco Merz, ma temo che la pensino così anche molti dirigenti del nostro governo. Questo atteggiamento, per due anni, ha distrutto la credibilità delle classi dirigenti occidentali».
Da mesi è in corso una disputa sul giusto nome della tragedia in corso. Secondo lei, è genocidio?
«È una disputa lessicale ideologica che si può permettere solo chi è fuori dal cratere del vulcano in eruzione. In guerra si usano parole tremende, per trasformare il nemico in colpevole assoluto. Io mi sono dato un codice di comportamento che mi consente di parlare con tutti, perché credo sia importante far incontrare i due popoli, per superare le demonizzazioni e creare occasioni di comprensione reciproca che possano contribuire a superare un conflitto che si tramanda di generazione in generazione. Non uso la parola “genocidio”, ma ciò non mi ha impedito di andare in piazza Duomo a Milano, tenendo in mano la foto di un bambino di Gaza ucciso a fianco di altri manifestanti che avevano i cartelli con la dicitura “Stop al genocidio”».
Abbiamo visto un costante abuso dell’accusa di antisemitismo verso chiunque criticasse Israele. Quali sono i rischi di questo inflazionare un’accusa che, a partire dalla Seconda Guerra Mondiale, è considerata giustamente una grave onta?
«Mi torna in mente la favola “Al lupo, al lupo!”. Utilizzare a sproposito e strumentalmente la memoria della Shoah e lanciare quell’infamante accusa su chiunque manifesti solidarietà con i palestinesi produce l’effetto opposto e alimenta l’ostilità nei confronti non solo di Israele, ma degli ebrei, riaccendendo antichi pregiudizi su cui si è fondata la secolare persecuzione del popolo ebraico. L’antisemitismo esiste. Anche a me capita di esserne vittima. Questo triste revival ha un evidente nesso di causa-effetto con la politica criminale di Israele verso i palestinesi. Non si può pensare di lottare contro l’antisemitismo, come è necessario, senza esercitare una forte critica, una denuncia e anche pressioni efficaci sul governo Netanyahu e sullo Stato d’Israele».
Oggi, spesso, a difendere Israele dai suoi critici sono gli eredi di chi antisemita in passato lo è stato davvero. Non lo trova abbastanza paradossale?
«Questo è una brutto regalo che ci ha fatto l’involuzione e la degenerazione della democrazia israeliana. Sono andati alla guida del paese personaggi che hanno fatto propria una cultura suprematista e una lettura della religione integralista e settaria. Personaggi che, dunque, hanno conquistato l’ammirazione e la stima dei peggiori nemici degli ebrei, quelli che vedevano nell’ebraismo una minaccia proprio perché la Bibbia lanciava messaggi universali e aveva una visione opposta al nazionalismo. Fa comodo alle destre estreme di tutto il mondo avere la benedizione di Netanyahu che abusivamente la concede per conto di tutti gli ebrei. Avendo la coscienza sporca, è un utile salvacondotto morale. Ma non credo che possa durare a lungo. Credo che questi nuovi “amici” saranno i primi a tradire Israele quando non farà più comodo».
In questi giorni è in corso il Festival del Cinema di Venezia. Cosa ne pensa della lettera con cui diversi artisti hanno chiesto l’esclusione di Gal Gadot e Gerard Butler?
«Tra i sottoscrittoci di quel documenti ci sono amici e persone da me stimate, ma credo che stiano sbagliando. Servono pressioni efficaci, come anche l’eventuale richiamo temporaneo degli ambasciatori, dei corpi diplomatici. Servono sanzioni ai ministri fascisti, suprematisti israeliani. Non serve prendersela con Gal Gadot perché ha fatto il servizio militare come tutti gli israeliani. Allora, al Festival della Letteratura non invitiamo più David Grossman o Etgar Keret perché hanno fatto il servizio militare. Grossman ha avuto un figlio morto nella guerra del Libano ed era soldato anche lui. Vale lo stesso per Butler, che è britannico e che sette anni fa partecipò a una raccolta fondi per l’esercito israeliano a cui partecipò anche Robert De Niro. Non invitiamo più neanche De Niro? Così si scelgono solo falsi bersagli per sentirsi a posto con la coscienza. Non c’è alcun giovamento per la causa palestinese. Anzi, tutto ciò impedisce agli israeliani di fare i conti con i propri errori e ai palestinesi di fare i conti con gli errori di Hamas».
La guerra, prima o poi finirà. Secondo lei, quando e soprattutto come? C’è il rischio che chiunque oggi perde un figlio, un fratello, un padre, sarà il terrorista di domani?
«Non credo che sia automatico. Conosco molti israeliani e palestinesi che, al contrario, dal proprio lutto hanno tratto motivo di riflessione per porre fine al conflitto. Non sono un indovino e questa guerra è durata più di quanto pensassi, ma ho la certezza che l’unica soluzione pensabile, non so quando, ma certamente l’unica è quella della convivenza di sette milioni di ebrei israeliani e sette milioni di arabi palestinesi nella terra che il destino ha dato loro».
Una soluzione a due stati?
«Sì. Se oggi chiedessimo a israeliani e palestinesi se vivrebbero in un unico stato, da entrambe le parti la risposta sarebbe “no”. Per qualche generazione è necessario un passaggio intermedio. E la soluzione non può che essere una: due popoli, due stati».
















