DI ANTONELLA RANIERI
Cinquant’anni sono un battito di ciglia e una vita intera. Varcata la soglia della saletta del Bar Salierno di Bitonto scelta per la rimpatriata, lo stomaco stringe un po’, esattamente come la mattina dell’esame di maturità. Poi, è bastato uno sguardo, e il tempo passato si è annullato.
I capelli bianchi, le rughe intorno agli occhi e i passi più lenti sfumano in un secondo. Dietro quei volti segnati dalle rispettive esistenze, ritrovi all’improvviso le ragazze del 1976 classe 4B del famoso Magistrale di Terlizzi.
Oggi l’Istituto ha cambiato sede, gli indirizzi scolastici si sono ampliati, molti docenti non ci sono più ma una cosa è certa. La scuola ha lasciato un solco ricco d’amore nei cuori di tanti studenti.
Ci si abbraccia con una commozione profonda, priva delle maschere e delle competizioni che spesso caratterizzano i ritrovi ad una manciata di anni dal diploma. A settant’anni passati non c’è più nulla da dimostrare. I successi professionali, i fallimenti, i matrimoni, i divorzi, i figli e i nipoti diventano capitoli di un libro che ognuno ha scritto a modo suo, ma la radice comune resta identica.
Seduti al tavolo, tra un brindisi e l’altro, partono i vecchi aneddoti, complici di una stagione irripetibile.
Le storie si rincorrono, qualcuna si è ingigantita con gli anni, altre si sono fatte più dolci. C’è anche spazio per il ricordo nostalgico di un docente che magari non c’è più, celebrato con un sorriso e un pensiero silenzioso. Nessuno ha dimenticato i loro nomi c’è Morgese di Matematica, Gentile di Latino, Fallacara di Scienze, Brescia di Italiano, Valente di Religione, Mosca di Filosofia e Giancaspro di Disegno e chissà se anche loro hanno mai ripensato alle loro alunne della 4B.
Ci si guarda intorno e si scopre una verità bellissima: la scuola superiore non è stata solo un ciclo di studi, ma il luogo dove si sono gettate le basi di ciò che sono oggi. Ritrovarsi dopo mezzo secolo non è un’operazione nostalgica, ma un atto di gratitudine verso il passato e un modo per dirsi, guardandosi negli occhi: “Siamo ancora qui, e il viaggio è stato magnifico”.
Cinquant’anni. Mezzo secolo. A dirlo ad alta voce fa quasi impressione eppure, eccole ancora tutte lì a ridere a crepapelle dimenticando tutti i problemi lasciati a casa, solo per qualche ora. Tra i banchi della classe, con il terrore delle interrogazioni, i bigliettini nascosti in ogni dove e i sogni enormi che entravano a fatica nei cassetti.
Oggi sono tutte qui con qualche capello bianco in più, con le rughe che raccontano le loro storie e con i passi un po’ più saggi. Queste donne hanno vissuto vite diverse, affrontato successi, fallimenti, tempeste, amori, traguardi professionali, figli e nipoti. Ma stasera, sono, semplicemente, la classe del millenovecentosettantasei.
Senza più nulla da dimostrare, prive di competizione, giù le maschere. C’è solo la gioia pura di ritrovarsi. Di risentire quella risata riconoscibile tra mille. Di ricordare il professore che faceva tremare le gambe e le scuse assurde da inventare se impreparate a quell’interrogazione o compito in classe.
Ritrovarsi dopo cinquant’anni non è solo nostalgia. È un atto di gratitudine. Significa dirsi che quel pezzo di strada fatto insieme ci ha unito per sempre.















