Il processo a Vincenzo Visaggi può proseguire, ma il femminicidio di Lucia Chiapperini torna davanti alla Corte d’Assise di Bari con il peso di una perizia psichiatrica che distingue due piani. Il 75enne di Mariotto, frazione di Bitonto, oggi può partecipare coscientemente al giudizio. Al momento del delitto, però, secondo il perito Alfredo Sgaramella, la sua capacità di intendere e di volere sarebbe stata totalmente abolita.
Lucia Chiapperini, 74 anni, fu uccisa il 18 aprile 2025 nella casa di via Libertà. Alle 11.09, secondo la ricostruzione agli atti, fu lo stesso Visaggi a chiamare il 112: «Sta nel bagno, l’ho uccisa. Mi sto togliendo la vita, ma non ci riesco». Poco prima il figlio Filippo aveva ricevuto una telefonata della madre, che gli riferiva di una lite in corso. Quando i carabinieri arrivarono nell’abitazione, trovarono la donna senza vita in bagno e l’uomo in camera da letto, cosciente ma in stato confusionale, con ferite che si sarebbe autoinflitto dopo l’aggressione.
Secondo l’imputazione richiamata nella relazione, Visaggi avrebbe prima insultato la moglie, poi l’avrebbe colpita con forbici da parrucchiere, provocandole 47 lesioni in diversi distretti corporei e la morte nell’immediatezza. Agli atti sono richiamate anche le immagini della videosorveglianza domestica, con le accuse rivolte alla moglie prima del suo rientro in casa e della successiva aggressione. Nella ricostruzione peritale, il conflitto familiare era segnato dal sospetto, maturato nell’uomo, di non essere il padre biologico delle figlie, legato a dubbi sul gruppo sanguigno. Un pensiero che, secondo il perito, avrebbe assunto carattere delirante dentro un progressivo deterioramento cognitivo.
La relazione parla di una sindrome demenziale riconducibile a un disturbo neurocognitivo grave, con sintomi psicotici e depressivi. Il quadro, già presente all’epoca dei fatti, sarebbe poi peggiorato. Allo stato attuale, per Sgaramella, il deterioramento cognitivo resta attivo e richiede terapia in ambiente controllato. La pericolosità sociale è definita attenuata ma non esclusa, soprattutto sul versante autolesivo. Per questo viene indicata una misura di sicurezza: libertà vigilata con obbligo di residenza in una struttura sociosanitaria protetta per almeno dodici mesi. Saranno ora i giudici a valutare la perizia nel processo.
















