«Avrei voluto essere lì con voi stasera, avrei voluto portarvi i doni simbolici dalla mia terra: la colomba della pace, come messaggio d’amore della Palestina al mondo, e una fiala di olio sacro del Monte degli Ulivi, lo stesso utilizzato per l’incoronazione del re del Regno Unito. Ma purtroppo le forze israeliane hanno limitato la circolazione dei palestinesi: viaggiare è proibito a tempo indeterminato dal 18 settembre 2023».
Sono le parole Fayyadd Abdul Kareem Khader, presidente degli olivicoltori palestinesi, pronunciate in un videomessaggio trasmesso domenica, nell’ambito della prima edizione del premio Ravanas, organizzato a Bitonto durante la tre giorni di IncantEVOle, festival dell’olio extravergine d’olivo. Per il suo lungo impegno nella difesa delle produzioni agricole palestinesi e nella promozione dell’olio d’oliva proveniente da territori segnati dalla guerra, la Fondazione Ravanas ha voluto premiarlo.
«Amici miei, Ricevere il Premio Ravanas è per me un grande onore. Non è solo un premio: è un impegno, una promessa. Prometto davanti a voi e davanti a Dio di rimanere fedele all’ulivo e di lavorare per tutta la vita per sviluppare questo settore e diffondere la sua cultura» ha detto, con voce rotta dall’emozione, Khader facendo cenno alla situazione che vivono quotidianamente gli olivicoltori palestinesi: «Attualmente, in Cisgiordania oltre 57mila alberi sono stati abbattuti, e a Gaza oggi sono stati tutti cancellati. Eppure l’ulivo resta simbolo del dolore, ma anche della speranza e della pace: perché, nonostante tutto, continua a pulsare di vita e dignità».
Una storia di soprusi e resistenza, che abbiamo voluto approfondire, intervistando direttamente Fayyadd Abdul Kareem Khader.
Quali sono oggi le principali difficoltà che gli olivicoltori palestinesi affrontano quotidianamente nei territori di guerra?
«Bisogna distinguere tra ciò che accade a Gaza e ciò che accade in Cisgiordania. A Gaza è in corso un genocidio: il tentativo di eliminare quante più persone possibile e spostare interamente il resto della popolazione, per tre scopi principali: investire su Gaza come località turistica globale; impadronirsi delle enormi riserve di gas scoperte al largo della costa di Gaza nel Mediterraneo; scavare il canale Ben Gurion che collegherebbe il Mediterraneo al Mar Rosso come alternativa al Canale di Suez. A Gaza non è sopravvissuto un solo ulivo: oltre un milione di alberi cancellati dalla terra. Un tempo Gaza era terra di ulivi e frantoi, quaranta dei quali costruiti proprio con gli italiani. Oggi uliveti e frantoi sono stati tutti distrutti. Il settore olivicolo di Gaza non esiste più. In Cisgiordania, la situazione è diversa: vi è una continua espansione delle colonie, un continuo furto di terre, I coloni costringono le persone a lasciare volontariamente la propria terra, rendendo loro la vita impossibile. Agli agricoltori viene proibito di raggiungere le proprie terre a causa di posti di blocco, violenze dei coloni, confische e distruzioni di alberi. L’occupazione impone severe restrizioni ai movimenti, chiude strade e blocca l’accesso ai terreni agricoli, soprattutto durante la stagione critica della raccolta. La situazione è disastrosa. Oltre 100mila famiglie palestinesi vivono di olivicoltura. Dal 1967 più di un milione di ulivi sono stati distrutti o bruciati».
Quali forme di violenza subite? Con quale frequenza avvengono questi episodi? Come incidono concretamente sulla vita degli olivicoltori palestinesi?
«La violenza assume molte forme. I coloni sradicano, bruciano e avvelenano gli alberi; allagano i campi con liquami rendendoli inaccessibili; picchiano le persone e le obbligano a rimanere per ore sotto il sole cocente con le mani alzate o legate. Queste scene si ripetono quotidianamente. Spesso vengono usati bulldozer per sradicare alberi secolari e trasportarli nelle colonie. I coloni compiono aggressioni fisiche, vandalismi sistematici degli uliveti, demolizioni di case e fattorie, arresti, anche solo per aver inviato una foto ad amici sui social. Queste violazioni avvengono ogni giorno, soprattutto durante la stagione della raccolta delle olive, causando enormi perdite economiche e lo sfollamento forzato di intere famiglie. Questo riempie la vita degli agricoltori di paura e incertezza».
In che modo la guerra ha influito sulla produzione di olio d’oliva palestinese?
«Agli agricoltori viene sistematicamente impedito di accedere ai campi. Tutte le terre attorno alle 436 colonie sono da anni inaccessibili ai loro proprietari palestinesi. Parliamo di oltre un milione di ulivi. La guerra ha distrutto gran parte delle infrastrutture agricole, ostacolato l’accesso ai frantoi e bloccato le esportazioni. Molti uliveti restano abbandonati, con conseguente calo della produzione e aumento dei costi. Gli agricoltori palestinesi lottano semplicemente per sopravvivere e rimanere sulla propria terra».
Qual è stato fino ad ora il momento più difficile?
«Vedere alberi di centinaia di anni bruciati o sradicati davanti agli occhi dei loro proprietari, senza poter fare nulla per salvarli. È come se una parte dell’anima venisse strappata via. Le famiglie lavorano dall’alba al tramonto per raccogliere le olive e poi vengono attaccate, di sera, dai coloni. Rubano il raccolto e il bestiame, aggrediscono la famiglia davanti a te. Non è possibile neanche sporgere denuncia, perché farlo significherebbe mettere a rischio i tuoi cari».
Cosa l’ha spinta a dedicarsi alla difesa degli olivicoltori palestinesi?
«Mi muove la convinzione che difendere l’ulivo significhi difendere la Palestina stessa. Per secoli, gli ulivi sono stati il principale sostentamento per i palestinesi e, ancora oggi, rimangono l’unica fonte di reddito per molti agricoltori. Questi alberi antichi sono la memoria, la storia e l’identità del nostro popolo. Quando proteggiamo l’agricoltore, proteggiamo la terra, l’eredità e lo spirito della Palestina».
Cosa rappresentano l’ulivo e l’olio d’oliva per il popolo palestinese?
«La Palestina è la culla dell’ulivo. Da qui questa pianta si è diffusa in tutto il mondo già in epoca romana. Ancora oggi custodiamo alberi millenari, testimoni di storia, resilienza e resistenza. La cultura palestinese è profondamente radicata nell’ulivo, nell’olio d’oliva e nel timo. L’olio è presente nelle nostre tradizioni, nei matrimoni, nelle celebrazioni, nei cibi tradizionali, nei proverbi, nel folklore e nelle canzoni. Per i palestinesi gli ulivi non sono solo alberi: sono le nostre radici, la nostra dignità e la nostra identità. L’olio d’oliva simboleggia la vita e il legame indissolubile tra il popolo palestinese e la sua terra».
Crede che l’olio d’oliva possa diventare un ponte culturale tra i popoli, un terreno di dialogo oltre la politica e il conflitto?
«Assolutamente sì. L’olio d’oliva è un linguaggio comune di pace tra i popoli, soprattutto nel Mediterraneo. Può servire come strumento di dialogo e di connessione perché incarna la pace e la vita stessa».
Quale messaggio vorrebbe mandare alla comunità internazionale, e in particolare al mondo dell’olio d’oliva, per sostenere la Palestina e i suoi agricoltori?
«Il silenzio non è più accettabile. Gli agricoltori e i palestinesi, in generale, hanno bisogno di protezione reale e sostegno concreto. Chiedo al mondo di condividere la loro storia e denunciare i crimini dell’occupazione. L’ulivo palestinese è oggi tra i meno produttivi al mondo. Israele cerca sistematicamente di allontanare i nostri giovani dall’olivicoltura. Chiediamo al mondo di cercare la verità e schierarsi per la giustizia».
Quali sono le sue speranze per il futuro del popolo palestinese e degli olivicoltori palestinesi?
«Spero che il popolo palestinese possa un giorno vivere in libertà e dignità sulla propria terra e che gli agricoltori possano coltivare i loro ulivi in pace, senza paura di distruzioni o sfollamenti. Speriamo in un futuro in cui la raccolta delle olive torni a essere una festa di vita, di eredità e di continuità per le generazioni future. La Palestina ha subito ventisei occupazioni nella sua storia. Tutte sono finite. Anche questa finirà, con l’aiuto dei popoli liberi, come quello italiano, e di tutti coloro che conoscono la verità e sostengono la libertà. Un giorno, anche noi avremo la pace».

















