La professoressa Raffaella Modugno, rapita da un brutto, invido male qualche anno fa, aveva qualcosa di angelico nel cuore. Ecco perché, oggi che è lassù, continua ancora ad illuminare il cammino di chi le fu caro e vive quaggiù. Guidandone i passi verso la bellezza del bene.

Lasciamo, dunque, la cronaca del piccolo grande miracolo da lei compiuto alla sua collega Francesca Pice.
“Da 4 anni, insieme a tanti amici e grazie alla pazienza operosa di sua madre Rosa – ha scritto in un post la docente -, perpetriamo un piccolo rito da lei fortemente voluto: donare ai bambini dell’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari una calza fatta a mano, come segno discreto di vicinanza. Un gesto che oggi si intreccia anche con il progetto In.Centro, svoltosi presso il Museo archeologico Fondazione De Palo Ungaro, che ha visto mani diverse imparare l’arte del ricamo per trasformarla in un dono condiviso. Non cambia il mondo, certo. Ma tanta è la vita che accade nell’attimo di un sorriso dei piccoli e dei loro genitori. È lì che ritroviamo la festosità di Raffaella, qualcosa del suo modo di stare al mondo“.
Pice, poi, ha vergato un commosso ritratto della lucente amica: “Raffaella aveva un talento raro: trasformare un sorriso in un gesto di cura. Credeva che la “festosità” non fosse sinonimo di leggerezza o esteriorità, ma un modo di attraversare la vita con attenzione, con dedizione, con quella capacità tutta sua di consolare, ricucire, rasserenare“.
E, infine, la giusta conclusione: “Non è nostalgia: è continuità. È il filo che lei ha lasciato in mano a tutti noi“.

















