Bari. Sul sagrato della chiesa di San Sabino, il vento grave non è soave carezza e il mare, che pure scintilla lontano all’orizzonte, ha la crudeltà di un’azzurra tomba.
Uomini e donne, con una ruga in più sul volto, si abbracciano e piangono ancora lacrime di dolore e rabbia, come militi reduci da una triste battaglia, che hanno perso senza neppure combattere.
Sono i parenti delle sedici vittime del disastro aereo di Capo Gallo, quando, il 6 agosto 2005, il volo Tuninter 1153, l’ATR 72 partito da Bari in direzione Djerba, in Tunisia, precipitò nelle acque siciliane.
Ieri, come da ventuno anni a questa parte, si è tenuta la cerimonia di commemorazione della tragedia.
«Enrico era speciale, era un ragazzo solare, amava la vita e odiava la violenza, era buono con tutti. Era impossibile litigarci perché l’uomo più buono del mondo. Era mio fratello piccolo», si incrina di commozione la voce di Grazia, sorella di Enrico Fallacara, all’epoca 39enne, passeggero di quel volo maledetto.
«Lui fu l’unico ad uscire vivo da sotto alla carcassa del velivolo, molti erano già saliti sull’ala e ognuno disperato pensava a sé stesso, lui si rituffò per sotto per liberare la moglie Titti, col braccio fratturato, rimasta incastrata alla cintura, lui che pure era pieno di ferite sul corpo martoriato, la riportò a galla e la sistemò sull’ala, poi, stanchissimo gli si offuscò la vista e si spense», il commovente, drammatico racconto.
La doverosa manifestazione di oggi cosa rappresenta per voi? «Nella nostra memoria Enrico ci sarà sempre, ogni giorno è dentro di noi e il suo ricordo è ancora vivo nel nostro cuore».
«In questo non facile percorso, non ci ha mai abbandonato Domenico Damascelli, che, sin da quando stava alla Regione, ci sta accanto ed è dolcissimo con noi. Nel 2020, un assessore del comune di Bitonto promise che sarebbe stata intitolata una via a mio fratello», rammenta l’elegante signora e la sorella Lella (in tutto sono nove con Enza, Mirella, Pasqualina, Franca, Rita, Giuseppe e Vito) conferma: «Sì, da allora ho preparato tutta la documentazione».
«Non so, la promessa finora è stata disattesa e mi sento delusa, ora quasi non la voglio più. A Gioia del Colle è stato fatto subito, senza problemi. A questo punto, sarei più contenta se la intitolassero a tutte le vittime della strage», conclude amareggiandosi Grazia.
L’attuale consigliere comunale, che ha spesso denunciato la mancata giustizia effettiva e il mancato carcere per i condannati, rimarca infatti: «Sì, ricordo bene anch’io che fu garantito alla famiglia. Ma, intanto, sono passati sei anni e quella strada, col nome di un concittadino che, quel giorno, prima di perdere la vita, fu protagonista di gesti di grande generosità, non l’abbiamo mai vista. Penso che sia gravissimo».
Dopo, la messa, dinanzi agli alti ufficiali delle forze armate e le autorità, il Comune di Bitonto rappresentato dal vicesindaco Giuseppe Santoruvo.
La riflessione del sacerdote, Padre Dante Leonardi, nel dì della trasfigurazione di Cristo: «Non perdiamo mai la speranza che da questo disastro causato da colpevoli negligenze possa nascere una nuova attenzione al prossimo, una nuova cura all’altro, una nuova voglia di vivere» e «Dalla sofferenza della morte alla gloria della resurrezione, il mistero pasquale della nostra fede».

Il raccoglimento e la preghiera dinanzi alla stele commemorativa nel parco di Punta Perotti.
La saggezza della vicesindaca di Bari Giovanna Iacovone: «È difficile lenire la sofferenza di un eccidio che si poteva evitare, con tante domande ancora aperte e una giustizia incompiuta».
Il monito dell’assessore regionale Francesco Paolicelli: «Non dobbiamo abbassare la guardia per prevenire affinché non accadano più queste tragedie».
L’osservazione di Antonio Maria Vasile, presidente di Aeroporti di Puglia: «Il sacrificio di quelle persone non è stato del tutto vano, perché ha permesso di maturare una più convinta cultura della sicurezza fino a organizzare un sistema nazionale che funziona con dipendenti altamente specializzati».
Infine, han fatto tremare persino la volta del cielo le parole tonanti della professoressa Rosanna Albergo Baldacci – che fra le onde fameliche perse la sua piccola Barbara – presidente e anima dell’associazione Disastro aereo di Capogallo: «Siamo anche noi vittime di una giustizia monca, nessuno ha scontato la pena dei sette tunisini, colpevoli di una lunga serie di errori umani compiuti per incuria e superficialità, anzi, hanno continuato a vivere, facendo per giunta, carriera mentre noi soffriamo per sempre la privazione dei nostri cari. Crediamo sia doveroso far rispettare le sentenze della Repubblica Italiana».
















