Arriva da Altamura uno dei contributi più importanti degli ultimi anni sulla comprensione dell’evoluzione umana. Uno studio condotto da Costantino Buzi, ricercatore dell’Università di Perugia, e da Giorgio Manzi, paleoantropologo della Sapienza e accademico dei Lincei, e pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS, ha svelato per la prima volta la struttura nasale interna dell’Uomo di Altamura, il celebre Neanderthal conservato nel sistema carsico di Lamalunga. E ciò che è emerso ribalta alcune storiche ipotesi sull’adattamento umano ai climi freddi.
Grazie all’uso di una tecnologia endoscopica avanzata, i ricercatori hanno potuto registrare e ricostruire digitalmente le cavità nasali del fossile, datato tra 130mila e 172mila anni fa. Le precedenti teorie sostenevano che i Neanderthal avessero sviluppato strutture nasali interne specializzate – come rigonfiamenti e proiezioni verticali – in risposta ai rigidissimi climi dell’Eurasia.
Ma l’esemplare di Altamura racconta tutt’altra storia: quelle strutture non esistono.
«È una lezione sull’evoluzione e sulle sue dinamiche, sorprendentemente più complesse di quanto si credesse», spiega Costantino Buzi, primo autore della ricerca. Per decenni si è pensato che il grande naso esterno dei Neanderthal corrispondesse a un’altrettanta complessità interna, utile a “riscaldare” l’aria fredda prima che arrivasse ai polmoni. «Le nostre analisi endoscopiche – continua Buzi – hanno dimostrato che la cavità nasale del Neanderthal di Altamura non presenta affatto quelle presunte strutture specializzate».
La spiegazione potrebbe trovarsi in un percorso evolutivo più articolato: secondo i ricercatori, i Neanderthal potrebbero aver ereditato dai loro antenati una cavità nasale già ampia, su cui l’ambiente avrebbe poi agito affinando le funzioni respiratorie senza dover ricorrere a nuove strutture interne. Un’evoluzione, quindi, più stratificata, meno lineare e più sfumata.
A commento dei risultati, Giorgio Manzi aggiunge una riflessione che chiama in causa il metodo scientifico: «Prima vengono i dati, poi le teorie. È la scienza, bellezza». Il paleoantropologo ricorda anche l’enorme potenziale ancora nascosto nella grotta carsica: «L’Uomo di Altamura ha molto altro da raccontare. Siamo pronti con una procedura sicura che, un domani, permetterebbe di riportarlo alla luce».
Un passo che non avrebbe solo valore scientifico: «Offrirebbe opportunità importanti anche per il turismo e per l’economia di Altamura e della regione», conclude Manzi.
Così, in una cavità carsica del nostro entroterra, un Neanderthal antico di quasi 170mila anni continua a riscrivere la storia dell’evoluzione umana – e, forse, il futuro culturale della Murgia.
















