La Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso di Domenico Conte, ritenuto al vertice dell’omonimo clan attivo a Bitonto, confermando la pena a 20 anni di reclusione, inflitta in secondo grado.
I giudici hanno inoltre dichiarato inammissibili i ricorsi presentati da altri 29 imputati, le cui condanne – comprese tra 18 e 2 anni – restano dunque definitive.
Una decisione differente, invece, per Giovanni Di Cosimo e per il 30enne Cosimo Liso: per il primo la Suprema Corte ha proceduto direttamente a una rideterminazione della pena, riducendola a 8 anni, 2 mesi e 20 giorni rispetto ai 13 anni e 4 mesi decisi in secondo grado. Per Liso è stato disposto invece un nuovo giudizio limitato alla sola quantificazione della pena, che verrà affrontato davanti a un’altra sezione della Corte d’Appello di Bari.
La pronuncia della Cassazione riguarda il processo “Market Drugs”, l’operazione che nel 2022 portò all’arresto di Conte e di altri 42 indagati ritenuti affiliati al clan. Le accuse, a vario titolo, comprendevano associazione finalizzata al traffico di droga, spaccio, e aggravanti legate al metodo mafioso.
L’inchiesta – condotta dalla Squadra Mobile con il coordinamento della DDA di Bari – documentò un sistema di gestione dello stupefacente strutturato in ruoli precisi: capi, pusher (anche minorenni), vedette e donne incaricate della custodia del denaro e delle sostanze.
Gli investigatori definirono alcune aree della città come una sorta di “Scampia di Bitonto”, dove il clan avrebbe creato un vero presidio criminale. Il quartier generale nella zona 167 e la piazza di spaccio del Ponte, nel cuore del centro storico, ottenuta grazie al supporto di scissionisti, risultavano infatti costantemente sorvegliate da guardie armate sui tetti, protette da portoni blindati e monitorate da un vasto sistema di telecamere installate abusivamente nelle vie circostanti.
Questo apparato avrebbe permesso al gruppo di controllare ingressi e movimenti, prevenire blitz delle forze dell’ordine e vigilare sulle attività interne.
Come emerso dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, il gruppo operava con una vera logica aziendale: circa 40 kg di stupefacenti venduti quotidianamente – tra cocaina, hashish, marijuana e amnesia – per un incasso stimato in 30mila euro al giorno.
Le “retribuzioni” interne variavano da 300 a 1.500 euro a settimana, in base al ruolo ricoperto.
Le indagini presero avvio nel settembre 2017, durante una fase di intensa conflittualità tra clan rivali. Il clima di tensione culminò nella tragica sparatoria del 30 dicembre 2017, in cui perse la vita Anna Rosa Tarantino, colpita accidentalmente (per il suo omicidio, a febbraio, dopo l’annullamento della condanna in Cassazione, si ridiscuterà in Corte d’Appello la posizione del presunto boss Conte e di Alessandro D’Elia, ritenuto suo intermediario).
La sentenza emessa dalla Suprema Corte, al termine dell’udienza di venerdì, risulterebbe in linea con le richieste avanzate dal procuratore generale.
Tutti gli imputati sono stati condannati dalla Cassazione a rifondere le spese di rappresentanza e difesa sostenute dal Comune di Bitonto, costituitosi parte civile nel processo.
Il risarcimento dei danni provocati dall’attività del sodalizio criminale, già riconosciuto nei gradi precedenti, sarà quantificato in un separato giudizio civile.

















