Il calcio è la metafora più fedele della vita. Perché ne rispecchia gioie e dolori, meraviglie e affanni, splendori e miserie.
Certe volte, quando le vicende di un pallone che rimbalza bizzoso sopra una terra brulla o un’erba fasulla si incrociano con le vicissitudini esistenziali dei singoli e del gruppo, allora diventa la vita stessa.

Specie se i protagonisti di questa segreta e magica alchimia sono due mister savi e lungimiranti, e un manipolo di ragazzi che cotidie sperimentano l’arte difficile del diventar piccoli uomini. Chè, sì, devi saper giocare bene a pallone, portando alla luce il talento, il vigore e la passione, ma devi avere anche il cuore grande di chi sa condividere la scavante sofferenza di un compagno, sentendola sua.
Ecco perché il pur storico traguardo artigliato dall’under 15 del Bellavista soccer (virgulti nati fra il 2011 e il 2012, sì quelli che qualche anno fa ristabilirono la giustizia sul prato sbagliando volutamente), guidata da Giuseppe Cornacchia e Claudio Lopraino – autentici, ancorché giovani, educatori, con i loro impeccabili collaboratori Mirko Rubino, Francesco Tarantino, Nino Dimundo, Giuseppe Cozzella e Rino Lupoli – ovvero il campionato vinto, il girone D barese, conseguendo i quarti di finale, rappresenta qualcosa di più di una meta prestigiosa raggiunta.

Poi, quando si disquisisce in dotte tavole rotonde sui mali del cuoio italico, spesso si elencano fra i fattori determinanti i settori giovanili e la presenza famelica dei papà e delle mamme a bordo campo.
Questa storia, invece, ci racconta l’esatto contrario.
Uno, perché nel borgo natio dall’indimenticabile professor Nicola Rossiello i vivai sono sempre stati una cosa seria, già pure le altre associazioni giovanili bitontine sono egregie ed encomiabili.
Due, perché se un genitore scrive queste parole, significa che la strada intrapresa è quella giusta: “State insegnando ai nostri ragazzi qualcosa di molto più del calcio. State accompagnando loro in un bellissimo percorso. Grazie per l’impegno e il cuore che ci mettete ogni giorno“.
E ancora: “Volevo farvi i complimenti del percorso che sta facendo mio figlio. Più che un gruppo si sente in famiglia, crede più nelle sue capacità e come avete visto non salta un allenamento, persino quando ha la febbre“.
E la madre dal petto ferito che non si è mai sentita sola e, anzi, ha visto lo sbrego risarcito dal calore dell’amicizia, balsamo dolcissimo: “Incancellabili saranno i ricordi che ognuno di questi ragazzi porterà nel cuore, non saranno le vittorie o le sconfitte, ma i momenti da convivere insieme, cioè quel che più conta nello sport l’amicizia è lo spirito di squadra e voi mister siete più che amici per loro!“.
E noi, che di questo sport ci nutriamo da secoli, non possiamo che rendere grazie deferenti a chi, in un periodo non facile per i destini pallonari, si pone a mo’ di luminoso esempio per chiunque continui a sognare un futuro dentro e dietro quella sfera fatata…
















