C’era il primo cittadino di Bitonto, Francesco Paolo Ricci, in tribuna ad Altamura, mimetizzato nella travolgente onda neroverde che ieri sera ha sospinto col proprio sostegno i calciatori Under 15 del Bellavista Bitonto nell’ultima scalata, la più emozionante, la più memorabile, verso l’agognata vetta del campionato provinciale.

Ed i ragazzi l’hanno sentito quel vento buono che soffiava dalla tribuna e giungeva sino al verde rettangolo, cingendo i piccoli eroi nel caloroso abbraccio della riconoscenza. È stato l’abbraccio di tutta la città di Bitonto che ieri ha tifato per i suoi piccoli beniamini, quasi a voler accarezzare, nell’ingenuo sogno giovanile, il desiderio di un ideale riscatto dalle vicissitudini della Bitonto calcistica adulta.
E qui non si esagera nel voler esprimere l’encomio nei riguardi di un gruppo di persone (presidente, dirigenti, tecnici, calciatori, genitori) che ad inizio stagione non sperava se non di sbarcare metaforicamente il lunario di un anno di sport prevedibilmente senza infamia e senza lode, in cui doversi accontentare appena d’iscriversi alle competizioni, sperando in carte migliori al successivo giro. E invece no. Proprio no.
Quella disillusione, quello scoramento iniziale che forse era parente stretto dell’umiltà, è stato il vero propellente di una stagione lucidamente folle il cui epilogo è stata la coppa sollevata ieri sera ad Altamura nel più bel cielo di sempre. Parlare, oggi, a posteriori, di una “scommessa” vinta per la Scuola Bellavista sembra quasi far torto a chi confida nel “metodo”, che è l’opposto dell’estemporaneità di una puntata secca, di una scommessa. E farebbe torto anche a chi (pensiamo ai due mister) ha lavorato dodici mesi dodici, davvero senza posa, alacremente, pazientemente, metodicamente, con quella calvinistica costanza per cui si diventa fieri e “gelosi” dei risultati raggiunti, in quanto frutto di una sistematicità senza improvvisazioni. Frutto, cioè, di un’educazione che allena lo spirito, prima che il corpo.
Ed ecco i ragazzi del Bellavista, eroi con le stimmate di campioncini, chiudere ieri sera il cerchio di tanta adolescenza condivisa, di tanta complicità spartita tra discese ardite e risalite, comportarsi da “adulti” e meritarsi il favore degli dèi di quell’Olimpo che ieri è parso a tutti così vicino.
La finale di ieri è stata il compendio di tutte le ambizioni e di tutte le speranze. Il ritmo in campo era quello giusto, come uno spartito imposto agli altamurani sin dai minuti iniziali. Palla bassa, come dev’essere, passaggi mirati secondo trame visibili e invisibili. Poi è arrivato il gol, da una zolla lontana e carica di malìa, e tante altre cose mirabili degne di nota. La tensione sugli spalti si è sciolta in una parata cruciale, come se a parare fosse stato un angelo custode; e poi la sorda premonizione di un cartellino giallo, che da lì a poco si sarebbe tinto di rosso, e il capitano, un gladiatore più gladiatore di Russell Crowe, negli spogliatoi anzitempo. Si è in dieci, ad inizio secondo tempo e sembra mettersi tutto in salita. Ripida salita.
Giuseppe Cornacchia (dagli spalti) e Claudio Lopraino rimescolano le carte. Siamo all’acme della partita. Le mani dei tifosi strette tra loro, le dita incrociate. Una preghiera. E la liberazione, il sollievo di un secondo gol geometricamente impossibile, tra palo e portiere. Arriva, infine, un penalty per l’Avanti, le distanze si accorciano, ma solo per poco. L’arbitro dice che può bastare e fischia tre volte. Bellavista campione!… Scoppia la gioia. L’eco della vittoria giunge sino a Bitonto. Comincia la festa…
















