Vi siete mai fermati ad ammirare il meraviglioso rosone romanico della Chiesa di San Giorgio, a Bitonto? Oppure lo straordinario soffitto ligneo della chiesa dell’Annunziata o lo stile gotico di quest’ultima? Siete mai passati dalla Cattedrale di Bitonto direttamente al Museo Diocesano, attraverso quel collegamento diretto tra le due strutture? Avete mai alzato lo sguardo verso il balcone di Palazzo Gentile, per osservare le sue “fini decorazioni”? Ed entrando in quell’edificio “nel cuore del centro storico”, avete mai ammirato quei fantastici soffitti affrescati che caratterizzano l’attuale sede del Comune di Bitonto?
Sicuramente no. E la certezza non deriva da una scarsa fiducia nell’attitudine alla cultura dei lettori di questa testata, ma da un dettaglio di non poco conto: tutte queste meraviglie non esistono. Almeno nell’universo che conosciamo. Forse esisteranno in quel multiverso caro al Dr. Strange di casa Marvel, di cui “sappiamo spaventosamente poco”. Ma essendo questa una testata giornalistica che si chiama “Da Bitonto”, concentriamoci sul nostro universo locale, lasciando eventuali dimensioni parallele a ben altri contesti.
Le corbellerie sopra elencate derivano, in realtà, da una bozza di documento di cui non è purtroppo possibile indicare origine e contesto, ma che per fortuna è rimasto bozza, evitando un’imbarazzante diffusione pubblica e conseguenti sonore pernacchie in stile Diego Abatantuono.
Una cosa, tuttavia, si può dire con certezza: la natura. Tutto frutto di intelligenza artificiale — per quanto il termine “intelligenza” mal si adatti agli obbrobri elencati — unita a un uso maldestro, sciatto e pigro di codesta tecnologia.
Per chi un po’ ha imparato ad averci a che fare, è facilmente intuibile. Informazioni prese alla rinfusa dal web a membro canino, senza metodo, senza verifica, spesso non aggiornate o addirittura totalmente inventate. Tono inutilmente enfatico. Tutto è “straordinario”, “meraviglioso”, “fantastico” (quest’ultimo aggettivo, forse, è quello più congeniale, ma sicuramente non in senso estetico). Tipico stile di chatbot come ChatGpt, DeepSeek, Gemini e tanti altri. E dall’altro lato, tipico errore di chi, confidando eccessivamente dell’IA, crede di poter affidarle non la correzione di errori di battitura, non la formulazione stilistica di qualcosa che comunque si ha già in mente, ma addirittura la creazione di contenuti di cui si sa ben poco o persino nulla. Senza prendersi la briga di approfondire l’argomento prima di cimentarsi nell’impresa. E così, lasciato allo sbando, senza le giuste indicazioni, o senza i giusti prompt, come direbbero i più tecnici, il software pesca a strascico dal mare magnum del web, mescolando cose che spesso tra loro non hanno alcun nesso. E inventando, laddove non riesca a trovare informazioni utili.
I risultati sono, appunto, i campanili fantasma, i passaggi segreti tra Cattedrale e Museo Diocesano e le inesistenti decorazioni del balcone di Palazzo Gentile, d’un tratto teletrasportatosi nel bel mezzo della città antica. Roba non da correggere, ma da accartocciare e cestinare.
Sia chiaro: al bando ogni sermone moralistico. Di ogni strumento occorre fare dei distinguo in base all’uso che se ne fa. L’intelligenza artificiale può servire a chi ha un pessimo rapporto con l’idioma italico (categoria in cui rientrano anche tanti protagonisti del panorama politico locale) a scrivere qualcosa di grammaticalmente e sintatticamente sensato. Ed evitare, a noi poveri operatori dell’informazione, orribili comunicati stampa pieni di castronerie linguistiche che per anni ci hanno provocato gravi emorragie oculari (comunicati in cui, ad esempio, si esortava la politica cittadina a “combattere l’occupazione”).
È una manna dal cielo, per noi redattori di una testata locale, quando dobbiamo trasformare in articoli orribili locandine sprovviste di comunicato stampa a corredo: prima toccava ricopiare tutto, oggi ci si libera rapidamente di quella frammentazione di gonadi in tre click.
Fin qui, ci siamo soffermati sulle intelligenze artificiali testuali. Veniamo ora a quelle in grado di generare immagini. Rendono oggi più semplice fare, ad esempio, locandine, per quanto abbiano spesso lo stesso identico stile, riconoscibile anche con le diottrie di una talpa. Ma il vero problema è quando la si usa a sproposito in grafiche che poi finiscono con l’essere ufficiali, per inaugurare infrastrutture cittadine. E così, alla nostra cattedrale, ecco spuntare dal nulla un nuovo campanile di ben altro stile architettonico sul lato che si affaccia sulla piazza omonima.
Per non parlare delle intelligenze artificiali in grado di generare video. Nulla contro la creazione di video con il chiaro fine umoristico. Nulla contro Tommaso Traetta che fugge dal cantiere di piazza Moro (potremmo persino solidarizzare con il povero Tom). Nulla contro innocue animazioni di foto antiche per avere un assaggio virtuale della vita di inizio Novecento. Ma qualcosa si dovrebbe dire, invece, quando si usano strumenti di cui non si ha piena padronanza per improbabilissime ricostruzioni storiche della Bitonto di un tempo. Talmente improbabili da mostrare pali dell’illuminazione elettrica prima del XIX secolo oppure palazzi o parti della città che, nel periodo in oggetto, neanche esistevano. Una sorta di Bitonto in stile cyberpunk (che, per un nerd, può essere persino entusiasmante, ma che è ben lontana dalla divulgazione storica).
Post Scriptum ironico ma forse neanche più di tanto.
Per decenni, letteratura, cinema, videogame ci hanno terrorizzato con intelligenze artificiali senzienti e spietate, pronte a sottometterci. Ma la realtà, forse, è drammaticamente più ridicola: nessuna ribellione delle macchine, nessun olocausto nucleare, nessun raggio laser superdistruttivo. Non serve neanche che i chatbot si sforzino per diventare più intelligenti. Basta lasciare che l’umanità saboti da sola i propri neuroni, rincretinendosi con video idioti che diventano virali.
Un’apocalisse decisamente poco esaltante. Quasi quasi, è meglio l’invasione dei cyborg descritta in Terminator. Molto più affascinante!
















