Comprare un biglietto dell’autobus, in questi giorni di agosto, può trasformarsi in una piccola caccia al tesoro. E da un problema apparentemente banale nasce una riflessione molto più ampia su quanto Bitonto sia realmente attrezzata per favorire l’utilizzo del trasporto pubblico.
A sollevare la questione è un nostro lettore che, negli ultimi giorni, ha provato ad acquistare alcuni titoli di viaggio nei tradizionali punti vendita della città.
«Questa settimana i principali punti di distribuzione sono chiusi, giustamente, per ferie. Il problema è che anche diversi tabacchi rimasti aperti non vendono i biglietti» racconta.
Per chi ha una certa dimestichezza con internet la soluzione esiste: acquistare il titolo di viaggio online.
«Io sono giovane e riesco a farlo dal sito» spiega il lettore: «Ma penso a moltissime delle persone che utilizzano quotidianamente gli autobus: anziani, persone sole, ma anche ragazzi che sanno usare perfettamente Instagram e TikTok e magari non hanno la stessa familiarità con il portale di Cotrap e con le procedure di acquisto».
Il risultato, sostiene, è un sistema che rischia di penalizzare proprio chi avrebbe maggiore necessità del trasporto pubblico. Chi non riesce ad acquistare preventivamente il titolo può essere costretto, laddove previsto, a comprarlo a bordo pagando una maggiorazione. Altri, davanti alle difficoltà, potrebbero semplicemente rinunciare al bus e scegliere l’automobile.
«E poi ci chiediamo perché la gente continui a usare la macchina» osserva amaramente.
La questione dei biglietti, però, è solo la punta dell’iceberg. Il lettore richiama infatti anche le condizioni delle fermate e, più in generale, l’organizzazione della mobilità cittadina: «Siamo rientrati da poco dall’estero e la differenza salta agli occhi. Non c’era zona delle città che abbiamo visitato in cui il trasporto pubblico non fosse accompagnato da fermate riconoscibili, pensiline, panchine e servizi pensati per chi deve aspettare un mezzo».
A Bitonto la situazione appare ben diversa. E il pensiero va soprattutto ai pendolari che utilizzano le fermate nell’area di fronte all’istituto Maria Cristina di Savoia. Tra qualche mese torneranno pioggia, vento e freddo e, ancora una volta, chi aspetterà l’autobus rischierà di farlo senza una pensilina e senza un luogo adeguato nel quale ripararsi.
«In alcuni punti non c’è neppure un balcone sotto il quale aspettare» sottolinea il cittadino.
Il confronto non riguarda soltanto le grandi capitali europee. Basta guardare, osserva il lettore, alla vicina Bari, dove negli ultimi anni il dibattito sulla mobilità è stato orientato sempre più verso la riduzione della presenza delle automobili in alcune zone e il potenziamento delle alternative.
«Altrove si cerca di allontanare progressivamente le auto dai centri urbani, offrendo però servizi e trasporto pubblico. Da noi sembra quasi essere accaduto il contrario: abbiamo avvicinato le automobili e allontanato mezzi e servizi».
Una critica che coinvolge trasversalmente la politica cittadina. Negli anni non sono mancate discussioni, proposte e persino raccolte di firme attorno al tema delle fermate e del trasporto extraurbano, ma secondo il lettore il dibattito si sarebbe progressivamente arenato.
Il punto, alla fine, è semplice: parlare di mobilità sostenibile significa prima di tutto mettere le persone nella condizione concreta di lasciare l’auto a casa.
Servono mezzi, collegamenti, informazioni accessibili, una rete capillare di vendita dei biglietti e fermate dignitose. Perché anche un titolo di viaggio difficile da acquistare o venti minuti trascorsi sotto la pioggia possono diventare un ottimo incentivo. Ma a prendere l’automobile.
















