C’è anche un bitontino nell’ordinanza del Tribunale di Bari sull’organizzazione criminale con base a Cerignola ritenuta dedita agli assalti ai portavalori con modalità paramilitari. Si tratta di Pasquale Pazienza, 56 anni, nato a Bitonto.
Nella mattinata di oggi il Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Bari ha eseguito un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari su richiesta della Direzione distrettuale antimafia. Il provvedimento riguarda sette persone gravemente indiziate, a vario titolo, di associazione per delinquere aggravata, rapina aggravata dal metodo mafioso e numerosi altri reati ritenuti funzionali alla realizzazione di una serie di gravi delitti.
Gli indagati destinatari delle misure cautelari hanno 40, 43, 47, 36, 45, 35 e 42 anni.
Secondo l’impostazione accusatoria, al vaglio delle successive fasi processuali, il gruppo avrebbe avuto la capacità di procurarsi mezzi, auto rubate, armi da guerra, esplosivi e tutto il materiale necessario per mettere a segno assalti ai furgoni blindati.
Tra gli episodi contestati emerge l’assalto avvenuto il 6 novembre 2024 lungo la statale 96, nei pressi di Toritto. In quella circostanza il gruppo operativo avrebbe utilizzato materiale esplosivo e fucili d’assalto Ak 47 Kalashnikov, sparando contro le guardie giurate. Il furgone trasportava denaro contante per circa un milione di euro, ma non sarebbe stato possibile accertare con precisione l’ammontare della somma effettivamente sottratta, perché parte del denaro sarebbe andata distrutta durante la rapina.
Le indagini riguardano anche il furto di quattro autobus di linea, avvenuto a Ostuni il 15 aprile 2025. Secondo gli investigatori, quei mezzi sarebbero stati sottratti per essere poi impiegati nella preparazione di ulteriori assalti. Nel corso dell’attività investigativa sono state inoltre rinvenute e sequestrate sette autovetture di provenienza delittuosa, trovate in un autoparco di Trinitapoli.
L’inchiesta si è avvalsa di intercettazioni ambientali, pedinamenti e dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Dagli accertamenti sarebbero emersi anche elementi sul contesto di connivenze e protezioni di cui alcuni indagati avrebbero goduto nel territorio di Cerignola.
Uno dei punti centrali dell’operazione è la contestazione del metodo mafioso. Secondo la DDA di Bari, le modalità degli assalti, la pianificazione, l’impiego di armi da guerra, esplosivi, uomini e mezzi, oltre alla platealità delle azioni, avrebbero generato una forza intimidatrice tipica delle organizzazioni mafiose. Gli assalti ai portavalori vengono indicati dagli inquirenti come un vero e proprio “brand” criminale attribuito alla criminalità organizzata cerignolana, capace di operare anche fuori dal proprio territorio d’origine.
Il procuratore della Repubblica di Bari, Roberto Rossi, ha sottolineato «lo straordinario contributo dei Carabinieri», capaci di intervenire in un contesto definito di grande difficoltà, caratterizzato da gruppi «con una capacità di silenziarsi e di controllare il territorio» molto elevata. Rossi ha richiamato anche il pericolo pubblico legato all’uso di armi da guerra: dalle intercettazioni, ha spiegato, emergerebbe la disponibilità degli indagati a usare i Kalashnikov anche contro le forze di polizia.
Per il procuratore, il dato criminale è netto: «Sono criminalità organizzata, nel senso che è stato contestato il metodo mafioso». Rossi ha definito la mafia cerignolana «una delle mafie più forti del territorio pugliese», proprio perché capace di restare silenziosa, di non esporsi con omicidi, ma di controllare il territorio e realizzare assalti ai blindati in tutto il Paese. L’indagine ha visto anche il coordinamento della Direzione nazionale antimafia.
Il generale Gianluca Trombetti, comandante provinciale dei Carabinieri di Bari, ha ricordato che l’indagine è partita proprio dall’assalto di Toritto, durante il quale furono esplosi oltre 50 colpi di Kalashnikov e uno degli indagati rimase ferito. Ha parlato di un gruppo con elevata caratura criminale, forte coesione interna, tenuta ermetica e abilità paramilitare.
Accanto alla rapina, considerata il reato centrale, il gip ha contestato una serie di reati satellite: furto, ricettazione, riciclaggio e favoreggiamento. Trombetti ha evidenziato un altro aspetto dell’inchiesta: non solo un clima omertoso, ma un vero e proprio «clima di favore, collaborazione e protezione» attorno agli indagati, emerso anche dopo il ferimento di uno di loro e il suo accesso a una struttura sanitaria.
















