DI DOMENICO RUCCI
Leggere queste riflessioni (cfr. L’Analisi del sociologo Damiano Maggio) fa male, perché la realtà che viviamo per le strade di Bitonto è ancora più cruda. Qui non si tratta solo di sociologia, ma di una battaglia quotidiana per la dignità che molti di noi stanno perdendo.
Come si può parlare di “comunità” quando un disabile in carrozzina è costretto a restare prigioniero in casa propria? La città è diventata un percorso a ostacoli fatto di auto sistematicamente parcheggiate sugli scivoli, marciapiedi trasformati in depositi selvaggi di monopattini e bici elettriche abbandonate ovunque. Mentre noi cerchiamo di rivendicare il diritto elementare di muoverci, stormi di ragazzini sfrecciano contromano su mezzi elettrici truccati, convinti di essere i padroni assoluti della strada, spesso più veloci dei motorini e nell’indifferenza totale dei passanti.
Ma il degrado non si ferma all’inciviltà dei singoli. Negli ultimi mesi Bitonto sembra un bollettino di guerra: bancomat fatti saltare in aria con le bombe e persino la stazione ferroviaria saccheggiata, con le macchinette dei biglietti sventrate per poche monetine. Se si arriva a distruggere i servizi minimi necessari a chi viaggia e a chi è più fragile, significa che abbiamo toccato il fondo.
C’è una “telepatia dell’indifferenza” spaventosa: la gente vede, sa, ma preferisce il mutismo. Questo silenzio ci spinge all’isolamento, facendoci sentire cittadini invisibili in una città che corre veloce verso il declino. Non si può costruire un futuro se non si ha il coraggio di denunciare l’arroganza di chi calpesta i diritti dei più deboli. Bitonto sta perdendo la sua anima, e noi, insieme a lei, stiamo perdendo la speranza di sentirci di nuovo a casa.

















