DELLA PROF.SSA CARMELA MINENNA, PRESIDENTE CENTRO RICERCHE DI STORIA E ARTE -BITONTO
È il tempo della baldoria e dell’allegria. Ma anche della contestazione e della ribellione sociale, perché è il tempo in cui l’uomo diventa donna e la donna diventa uomo, il povero diventa ricco e il ricco diventa povero, il laico diventa chierico e il chierico diventa laico. È in definitiva il tempo di una trasgressione normata da un rituale antico, quello del capovolgimento dei ruoli, che ha il sapore di una festa pagana, che guarda all’archetipo della commedia greca, che rievoca le feste di propiziazione del raccolto nelle comunità di villaggio.
È il Carnevale. Tempo della trasgressione, ma soprattutto spazio di comunità, quando la strada diventa casa comune, quando la piazza diventa teatro di identità, quando la festa diventa cornice di una denuncia e rivendicazione di un diritto.
Strano a dirsi, c’è stato tempo di Carnevale anche a Bitonto se – come suggerisce il detto rimato in dialetto locale – a Sand’ Andùune, màsckere e sùune. A Sant’Antonio, dunque, maschere e suoni, perché il 17 gennaio, memoria di S.Antonio Abate, il Carnevale è al taglio del nastro per impazzare con coriandoli, travestimenti, fischi e suoni, trasgressioni di cibo e di sesso, fino al martedì grasso.
Innanzi tutto, festa di comunità, spazio di consolidamento dei rapporti di socialità, spazio di creazione di una appartenenza, spazio di abbattimento delle distanze sociali e anagrafiche. E proprio in questi termini viene raccontata a Bitonto la giornata dadicata al santo eremita, protettore degli animali e titolare di una clinica ospedaliera a Vienne, in Borgogna, fin dal 1096, specializzata nella cura dell’Herpes zoster, detto, non a caso, fuoco di S.Antonio. Il racconto, a firma del canonico Gaetano Pasculli, è una deliziosa fotografia del 1906:
«Oggi a Bitonto si festeggia S. Antonio. C’è una curiosa usanza. Quando è un’oretta dopo mezzogiorno in certi punti alcune donne che sembrano i capi-popolo cominciano a domandare fascine, legna ed altri combustibili in nome di S. Antonio e quando ne hanno fatto un bel mucchio nel mezzo della strada accendono il fuoco. È un momento in cui il paese pareva in fiamma tanto è il fumo che si eleva in ogni parte. Allora frotte di ragazzi si mettono a saltare in mezzo alle nuvole di fumo tentando di toccarlo con le mani, mentre i loro occhi si fanno rossi rossi e grosse lacrime ne sgorgano fuori. Quando il fumo comincia a cessare, ragazzi, donne, vecchi, stando in piedi, protendono le braccia per riscaldarsi, mentre voltano da una banda il viso. Man mano che le fiamme diminuiscono si vanno situando intorno al falò grossi sassi, panchetti, arnesi destinati all’angusta seduta di donne occupate chi a far calzette, chi a rattoppare, chi a tenere alla poppa qualche neonato. La capo-popolo prende il posto d’onore e quando le fiamme sono del tutto scomparse e non rimangono che i carboni accesi, propone qualche cosa. O si allestisce una piccola merenda consistente per lo più in pane caldo e pesci salati arrostiti e qualche bicchiere; o si narrano fatti e fiabe o brani della vita di S.Antonio o più spesso si dà principio alla recita di un rosario. […] Il fatto più curioso è che alle volte durante la filastrocca delle orazioni qualche donna si accapiglia con qualche altra per litigi avvenuti fra i loro figlioletti ed allora addio sedie, fuoco, orazioni; chi grida da una parte chi dall’altra. Da essere due le litiganti il numero si è accresciuto […]. Quando la festa cammina senza inconvenienti a giorno avanzato si smorzano con acqua i carboni rimanenti e poi si dividono tra quelle che hanno partecipato al combustibile. E che fanno del pezzo di carbone toccato loro? lo baciano un paio di volte e poi lo vanno a nascondere nella cappa del camino con la persuasione che durante l’anno la casa sarà liberata da ogni incendio. (Archivio Storico Diocesano Bitonto, Memorie can. G.Pasculli, cc. Vv.).
A ben riguardare questa fotografia, sopraggiunge la consapevolezza di un esclusivo patrimonio da custodire, fatto di arte e di suggestioni immateriali; e il pensiero corre agli affreschi nella cripta della cattedrale di Bitonto e nella chiesa di S.Leucio vecchio raffiguranti S.Antonio Abate, alla tavola policroma di porta Baresana (con originale a palazzo di città) che accoglie nella galleria dei santi protettori anche il vecchio eremita, alla chiesetta di Sant’Antuono in via del Sasso, all’immagine devozionale custodita nella chiesa di S.Maria alla Porta, al rito di benedizione degli animali che da poco meno di venti anni si rinnova a conclusione della messa vespertina celebrata nella stessa chiesa.
Rimane da recuperare quel profumo che si sprigionava nell’aria pungente di un 17 gennaio 1906, non il profumo di legna che arde, non il profumo della pignatta dei legumi. Il profumo di comunità che avvicina e fa festa.
Fors’anche il profumo di una trasgressione che è coraggio di denuncia sociale.

















